La Madonna dei Martiri arrivò davvero nel 1188? La storia nascosta sotto il colore dell’icona


La tradizione vuole che i Crociati l’abbiano portata dalla Terra Santa dopo la sconfitta di Hattin. Ma gli studi storico-artistici raccontano una vicenda molto più complessa: l’attuale tavola è databile al XIV secolo, è stata pesantemente ridipinta e le indagini hanno riaperto una domanda affascinante sull’immagine più antica che potrebbe trovarsi sotto quella che oggi veneriamo.
L’icona della Madonna dei Martiri, cuore della devozione e della memoria della città di Molfetta.

C’è una storia che a Molfetta conosciamo quasi tutti. Nel 1188, dopo la disfatta cristiana di Hattin e la perdita di Gerusalemme, alcuni Crociati in fuga dalla Terra Santa sarebbero approdati sulle nostre coste portando con sé una preziosa icona della Vergine. Sarebbe quella stessa immagine che ancora oggi veneriamo nella Basilica della Madonna dei Martiri.

È una storia bellissima, profondamente radicata nella devozione popolare e nell’identità della città. Ma proprio perché è bella, merita di essere raccontata distinguendo ciò che appartiene alla tradizione da ciò che invece può essere sostenuto dalle fonti e dagli studi storico-artistici. E qui la vicenda diventa molto più interessante.

La prima questione riguarda proprio il celebre 1188

La tradizione dell’arrivo dell’icona con i Crociati non sembra infatti essere documentata da testimonianze contemporanee agli avvenimenti. Gli studi sull’iconografia della Madonna dei Martiri ricordano che la prima attestazione della leggenda dell’arrivo dalla Terra Santa sarebbe legata al vescovo Giovanni Antonio Bovio, vissuto tra il XVI e il XVII secolo e autore di una storia del santuario nella quale furono raccolti racconti, tradizioni e prodigi legati all’immagine. 

Non è un dettaglio secondario. Significa che tra il presunto arrivo dell’icona nel 1188 e la prima comparsa della tradizione nelle fonti trascorrono diversi secoli. E già questo invita alla prudenza. Ma è soprattutto la tavola che pone le domande più interessanti.

È davvero un’icona bizantina?

L’immagine oggi conservata nella Basilica viene comunemente presentata come un’antica icona bizantina. Gli studi storico-artistici più recenti, tuttavia, hanno restituito un quadro assai più complesso. Francesco De Nicolo, analizzando l’iconografia della Madonna dei Martiri, osserva che le indagini stilistiche, tecniche e radiografiche effettuate sulla tavola nel corso del restauro non consentono di retrodatare l’esecuzione dell’attuale dipinto a prima del XIV secolo. 

Non solo. La produzione viene ricondotta non direttamente all’ambiente bizantino, ma alla pittura “latina” dell’Italia meridionale della prima metà del Trecento, con un possibile intervento successivo, tra XIV e XV secolo, attribuibile a maestranze napoletane o, forse, galatinesi.

L’iconografia, invece, è certamente di matrice orientale: quella della Eleousa, la Madonna della Tenerezza, nella particolare variante della Glykophilousa, la Madonna del bacio. Ed è proprio qui che bisogna fermarsi un momento.

Dire che l’iconografia è bizantina non significa necessariamente che la tavola che oggi vediamo sia un’opera bizantina del XII secolo. Un modello iconografico può viaggiare, essere copiato, reinterpretato e riprodotto anche a distanza di molti decenni o secoli. L’immagine può dunque conservare un linguaggio orientale pur essendo stata dipinta in un ambiente occidentale e in epoca successiva. La distinzione è fondamentale. Anzi, secondo lo studio di De Nicolo, se si volesse comunque salvare la tradizione del 1188, bisognerebbe arrivare a una conclusione molto precisa: l’immagine oggi venerata non sarebbe quella originariamente giunta dalla Terra Santa, ma una copia trecentesca dell’antica icona. E qui entra in scena un’altra parola che forse meriterebbe molta più attenzione: ridipintura.

Dubbia datazione, almeno per ciò che vediamo

Una scheda del progetto europeo POLYSEMi definisce infatti la tavola della Madonna dei Martiri come un’opera di “dubbia datazione” e fortemente ridipinta, pur ritenendola verosimilmente trecentesca. È un dato che cambia il modo stesso in cui dovremmo guardare quell’immagine. Non stiamo necessariamente osservando, cioè, una superficie pittorica rimasta intatta dal Medioevo, ma il risultato di una storia molto più lunga fatta di interventi, sovrapposizioni, restauri e trasformazioni.

La Madonna di Sovereto, icona venerata a Terlizzi. La tavola, sottoposta a restauro nel 1974, ha rivelato attraverso l’esame radiografico un’immagine originaria diversa da quella visibile in superficie.

E se fosse come la Madonna di Sovereto?

E proprio qui il confronto con la Madonna di Sovereto diventa particolarmente suggestivo. Anche l’icona venerata a Sovereto porta con sé una storia antichissima e una tradizione che la collega a un’origine orientale. Ma nel restauro del 1974, eseguito dal professor Cesare Giulio Franco della Soprintendenza di Bari, l’esame radiografico permise di individuare sotto la superficie pittorica l’immagine originaria dell’icona, mostrando quanto la materia di un’immagine sacra possa conservare una storia diversa da quella che appare immediatamente agli occhi del fedele. Nel 2025, a distanza di cinquant’anni, una nuova ricognizione ha inoltre rilevato problemi nello strato pittorico dell’opera.

Sovereto, una chiave di lettura

Sovereto, dunque, ci offre una chiave di lettura importante. Non perché dimostri automaticamente che sotto la Madonna dei Martiri si nasconda un’icona del XII secolo, ma perché ci ricorda una cosa essenziale: un’immagine sacra può essere molto più antica della sua superficie visibile, oppure può essere stata profondamente modificata nel corso dei secoli senza che la devozione popolare ne abbia mai percepito la trasformazione.

Ciò che le prove consentono di affermare

Per la Madonna dei Martiri, però, le prove oggi disponibili non autorizzano ad andare oltre ciò che gli studi consentono di affermare. Non possiamo dire che sotto la tavola trecentesca ci sia sicuramente l’immagine portata dai Crociati nel 1188. Possiamo invece dire che l’attuale dipinto è stato sottoposto a importanti trasformazioni, che è fortemente ridipinto e che le indagini tecniche hanno escluso, per quanto risulta dagli studi pubblicati, una datazione dell’esecuzione visibile anteriore al XIV secolo. 

Questo non rende la Madonna dei Martiri meno antica e, soprattutto, non la rende meno importante per Molfetta. Al contrario. La rende forse ancora più affascinante, perché dietro quell’immagine non c’è soltanto una leggenda di Crociati, navi e Terra Santa. C’è la storia concreta di una tavola che ha attraversato secoli di devozione, trasformazioni artistiche e restauri, mentre attorno ad essa cresceva una delle più forti identità religiose della città.

La vera domanda

La vera domanda, allora, non è soltanto se la Madonna dei Martiri sia arrivata dal mare nel 1188. La domanda più affascinante è un’altra: quanto dell’immagine che oggi guardiamo appartiene davvero alla sua prima storia e quanto, invece, è il risultato dei secoli che sono passati sopra quella tavola? È una domanda che non toglie nulla alla fede. Semmai restituisce alla storia tutta la sua complessità.

E forse sarebbe interessante che, prima o poi, qualcuno tornasse a guardare quella tavola non soltanto con gli occhi della devozione, ma anche con quelli della diagnostica moderna. Perché qualche volta è proprio sotto uno strato di colore che una storia antica ricomincia a parlare.

E se oggi si guardasse davvero sotto la pittura?

A questo punto nasce una domanda che non appartiene più soltanto alla leggenda, ma potrebbe essere affidata alla scienza: che cosa si nasconde realmente sotto gli strati pittorici della Madonna dei Martiri?

Oggi la diagnostica applicata ai beni culturali dispone di strumenti che, rispetto a quelli utilizzati decenni fa, permettono di leggere un’opera a livelli impensabili fino a qualche tempo fa. Non sarebbe dunque necessario, almeno in una prima fase, toccare la superficie dell’icona o procedere a nuovi interventi invasivi. Si potrebbe cominciare osservandola attraverso le diverse radiazioni dello spettro elettromagnetico, ciascuna capace di restituire informazioni differenti.

La radiografia ai raggi X, innanzitutto, potrebbe fornire una vera e propria mappa della struttura interna della tavola e degli strati pittorici, mettendo in evidenza differenze di densità, modifiche della composizione, elementi nascosti e possibili sovrapposizioni. È esattamente il tipo di indagine che, nel caso della Madonna di Sovereto, consentì nel 1974 di riconoscere sotto la superficie l’immagine originaria dell’icona. 

Poi ci sarebbe la riflettografia infrarossa, oggi disponibile anche in modalità multispettrale. La radiazione infrarossa può attraversare, in determinate condizioni, gli strati superficiali e rendere leggibili elementi non più visibili a occhio nudo: disegni preparatori, modifiche, pentimenti, tracce di precedenti interventi e, soprattutto, eventuali forme sottostanti. Il CNR utilizza sistemi multispettrali capaci di acquisire informazioni nel vicino infrarosso fino a 2300 nanometri, proprio per aumentare la possibilità di distinguere ciò che si trova sotto la superficie pittorica.

A queste indagini si potrebbe aggiungere la fluorescenza ultravioletta, utile soprattutto per riconoscere vernici, ritocchi e interventi successivi, e una campagna di fluorescenza X (XRF) per individuare la composizione elementale dei pigmenti senza prelevare materiale. L’analisi Raman e la spettroscopia infrarossa potrebbero poi fornire informazioni complementari sulla composizione molecolare dei materiali utilizzati. Sono tutte tecniche che i laboratori di diagnostica dei beni culturali utilizzano proprio per ricostruire la composizione, la tecnica esecutiva e la storia conservativa delle opere.

E se queste indagini non fossero sufficienti, si potrebbe arrivare, laddove autorizzato e ritenuto compatibile con la conservazione dell’opera, a microprelievi estremamente piccoli da sottoporre ad analisi stratigrafica al microscopio, SEM-EDS, FTIR o Raman. In questo modo sarebbe possibile leggere fisicamente la successione degli strati: preparazione, pittura originale, eventuali ridipinture, vernici e interventi successivi. L’Opificio delle Pietre Dure descrive proprio questo tipo di approccio come complementare alla diagnostica non invasiva.

Che cosa potrebbe davvero rivelare la diagnostica?

Nessuna di queste tecniche, da sola, potrebbe dirci: “Questa è l’icona portata dai Crociati nel 1188”. Potrebbero però dirci qualcosa di straordinariamente prezioso: se sotto l’attuale superficie esiste un’immagine più antica; quale rapporto abbia con quella visibile; quali materiali siano stati utilizzati nei diversi strati; se siano riconoscibili interventi successivi; se l’iconografia sottostante sia compatibile con un modello più antico e, soprattutto, se la storia materiale della tavola consenta di ipotizzare che l’attuale dipinto sia effettivamente la trasformazione o la sostituzione di un’immagine precedente.

A quel punto la storia del 1188 potrebbe essere sottoposta a una verifica completamente nuova. Non necessariamente per essere confermata. E nemmeno necessariamente per essere definitivamente smentita. Potremmo scoprire, semplicemente, che sotto la Madonna che vediamo oggi ce n’è un’altra. Ed è forse questa la domanda più affascinante che si possa rivolgere a una tavola venerata da secoli: non soltanto chi l’abbia dipinta, ma quante immagini abbia realmente attraversato prima di arrivare fino a noi.

Perché se la diagnostica dovesse individuare sotto gli strati trecenteschi una composizione significativamente più antica, compatibile per tecnica, materiali e iconografia con una tradizione precedente, allora la leggenda dei Crociati non diventerebbe automaticamente storia. Ma la questione cambierebbe radicalmente. Potremmo trovarci davanti alla sorprendente possibilità che l’immagine oggi venerata non sia semplicemente quella che i secoli ci hanno consegnato, ma l’ultima superficie di una storia molto più antica, custodita sotto strati di colore che hanno protetto e insieme nascosto ciò che venne prima. 

E forse, a quel punto, Molfetta avrebbe finalmente l’occasione di porre alla propria icona la domanda che da secoli nessuno ha potuto rivolgerle con gli strumenti della scienza: quanto della Madonna che veneriamo oggi appartiene al Trecento e quanto, invece, potrebbe essere sopravvissuto dell’immagine che la tradizione vuole arrivata dal mare nel 1188? 

E qui la storia potrebbe assumere un fascino ancora più straordinario. Perché se davvero sotto quella superficie fosse rimasta, anche solo in parte, la traccia di un’immagine molto più antica, non avremmo soltanto scoperto qualcosa sulla Madonna dei Martiri. Avremmo forse assistito al momento irripetibile in cui un’immagine dimenticata dai secoli torna lentamente alla luce. Non sarebbe il miracolo della fede, che appartiene a un’altra dimensione e non può essere provato da una macchina. Sarebbe, però, qualcosa che gli somiglia per la sua capacità di stupire: il miracolo dell’arte antica che riemerge dal buio, dopo aver attraversato otto secoli, per tornare finalmente a parlare agli occhi degli uomini.

E allora quella Madonna potrebbe davvero riservarci il più inatteso dei suoi segreti: non soltanto essere stata venerata per secoli come l’immagine arrivata dal mare nel 1188, ma conservare ancora, nascosta sotto ciò che vediamo, una parte di quella stessa storia. Sarebbe la scienza, questa volta, a sollevare con delicatezza il velo del tempo. E forse scopriremmo che, mentre noi da secoli guardavamo la Madonna, era la Madonna, sotto i suoi strati di colore, ad attendere che qualcuno tornasse finalmente a guardare lei.

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