La casa dei vivi, la donna dei morti: un’antica storia tramandata di generazione in generazione, tra le ombre e i vicoli oscuri della città vecchia di oltre un secolo fa.

Ci sono storie che nessuno osa raccontare alla luce del giorno. Non perché siano necessariamente vere, ma perché, quando vengono pronunciate, sembrano portare con sé qualcosa che appartiene alla notte. E certe notti, a sentirne il racconto, non sembrano poi così lontane.
Questa storia ci è stata riferita da una lettrice. Non pretende di offrire prove, né di convincere nessuno. Dice soltanto di averla ascoltata da sua nonna, che l’aveva ricevuta dalla propria nonna, quando ancora le sere trascorrevano davanti alle porte di casa e le voci degli anziani erano l’unico archivio di vicende che nessuno aveva mai pensato di mettere per iscritto.
Il luogo del racconto è la Molfetta di oltre un secolo fa, quando il buio scendeva presto sulla città vecchia, le strade erano rischiarate appena dalla luce che filtrava dalle abitazioni e, dopo una certa ora, i portoni si chiudevano con il rumore sordo del legno contro il legno.
Allora, nelle case, si conosceva ogni scricchiolio delle scale, ogni colpo del vento contro le imposte, ogni passo proveniente dal vicolo. E proprio per questo, quando si udiva un rumore che non apparteneva alla consuetudine, era difficile ignorarlo. Ma c’era una cosa che gli anziani, racconta la nostra lettrice, preferivano non fare mai: pronunciare ad alta voce il nome della Malombra dopo il tramonto.
La casa si trovava nella parte più antica della città, in una strada tanto stretta che, tra le facciate delle abitazioni, il cielo appariva come una striscia scura. Non aveva nulla di particolarmente sinistro. Era una casa come tante, con un portone pesante, una scala di pietra consumata dal passaggio di generazioni e stanze nelle quali l’odore dell’umidità si mescolava a quello della cera, del legno vecchio e dei panni riposti negli armadi. Vi abitava una famiglia conosciuta nel vicinato. Persone rispettabili, abituate a una vita ordinata, senza particolari misteri. Almeno fino a quella sera.
La prima ad accorgersi di qualcosa fu una giovane donna, che si era alzata nel cuore della notte per raggiungere la cucina. Aveva appena imboccato il corridoio quando vide, in fondo, una figura immobile. Era una donna alta, vestita interamente di nero. Non una vecchia curva sotto il peso degli anni, né una mendicante avvolta in uno scialle. La figura aveva una postura diritta, quasi solenne. Il capo era coperto e una parte del volto sembrava nascosta da un lembo di stoffa scura. Non si distingueva bene il viso, eppure la giovane ebbe la sensazione precisa che quella donna la stesse guardando. Rimase ferma. La sconosciuta non disse nulla. Non mosse un braccio, non fece cenno di avvicinarsi. Dopo qualche istante, si voltò appena e scomparve dietro l’angolo del corridoio. La giovane la seguì. Non trovò nessuno.
Le porte delle stanze erano chiuse. La scala era vuota. Il portone d’ingresso, sprangato dall’interno, non era stato toccato. Pensò di aver confuso un’ombra con una persona. La notte, si sa, altera le forme e inganna gli occhi. Tornò a letto, senza svegliare gli altri. Ma la mattina seguente raccontò quello che aveva visto. Fu allora che una donna anziana della famiglia, dopo averla ascoltata senza interromperla, le rivolse una domanda inattesa. «Aveva il velo nero sul viso?» La giovane impallidì. Non aveva parlato di un velo.
Per qualche tempo non accadde nulla. La famiglia riprese le proprie abitudini, e la vicenda sembrò destinata a rimanere una di quelle stranezze che, raccontate il giorno dopo, finiscono per perdere consistenza. Poi, una notte, si udirono dei passi. Non provenivano dalla strada. Erano all’interno della casa: passi lenti, regolari, che sembravano salire la scala e fermarsi sul pianerottolo. Qualcuno aprì la porta della propria stanza, convinto che un familiare fosse ancora sveglio. Il corridoio era vuoto. Pochi istanti dopo, i passi ricominciarono. Questa volta sembravano provenire dal piano inferiore.
Un uomo della famiglia scese con una lampada a olio. Controllò la cucina, il vano d’ingresso, il piccolo spazio sotto la scala. Non trovò nulla. Quando risalì, giurò di aver visto, per un istante, una veste nera sparire dietro una porta. Quella porta, però, conduceva a una stanza chiusa da anni. Non era una camera abbandonata per incuria. Era stata serrata dopo la morte di una persona della famiglia, e da allora nessuno vi entrava senza una ragione precisa. La chiave era custodita in un cassetto e la serratura non mostrava segni di manomissione. La mattina successiva, la porta era ancora chiusa. Nessuno volle aprirla.
Da quel momento, nella casa si cominciò a vivere con una cautela nuova. Le lampade venivano lasciate accese più a lungo. Prima di andare a dormire si controllavano le finestre, il portone e le stanze. Le donne evitavano di attraversare da sole il corridoio dopo il tramonto. Ma la paura più grande non era quella di incontrare la donna. Era quella di accorgersi che qualcuno l’aveva già vista senza avere il coraggio di dirlo.
La figura ricomparve diverse volte. Talvolta si intravedeva in cima alla scala, immobile contro il muro. Altre volte attraversava il corridoio con un movimento silenzioso, tanto naturale da sembrare quello di una persona che conoscesse ogni angolo della casa. In un’occasione, una donna anziana la vide riflessa nel vetro scuro di una finestra, alle proprie spalle. Si voltò di scatto. Non c’era nessuno. Eppure, nel vetro, per un istante ancora, le parve di distinguere il contorno della veste nera.
Una sera, l’uomo più anziano della famiglia decise di non lasciarsi più intimorire. Aveva sentito abbastanza racconti, disse, e voleva verificare personalmente che cosa si nascondesse dietro quelle apparizioni. Aspettò nel corridoio, con una lampada in mano. Poco dopo la mezzanotte, la vide. La donna era ferma presso la porta della stanza chiusa. Non sembrava sorpresa di trovarlo lì. Aveva il capo leggermente inclinato, come se stesse ascoltando qualcosa che proveniva da molto lontano. L’uomo le intimò di fermarsi. La figura non reagì. Fece un passo verso di lei. Poi un altro. La distanza si ridusse fino a quando avrebbe potuto raggiungerla allungando un braccio. Eppure, per qualche ragione che non seppe mai spiegare, non riuscì a toccarla. Non era soltanto la paura. Era la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che imitava perfettamente la presenza umana, senza essere necessariamente umano.
«Chi siete?», domandò. La donna sollevò appena il viso. Non rispose. L’uomo ricordò in seguito di aver visto qualcosa muoversi sotto quel velo trasparente che le copriva il viso e la bocca, come se avesse tentato di parlare. Ma dalla sua posizione non era giunto alcun suono. All’improvviso, la fiammella della lampada vacillò violentemente, assottigliandosi fino quasi a spegnersi, come se una corrente d’aria invisibile l’avesse sfiorata. Per un istante, il corridoio precipitò nell’oscurità. Quando la fiamma riprese a bruciare regolarmente, la donna era scomparsa. L’uomo rimase solo, davanti alla porta chiusa. E giurò che, proprio nell’istante in cui la figura era svanita, aveva udito provenire dall’interno della stanza un colpo secco. Come se qualcuno avesse bussato dall’altra parte.
Fu allora che la più anziana della famiglia decise di raccontare ciò che sapeva. Molti anni prima, disse, in quella casa era accaduto qualcosa di cui si parlava soltanto a mezza voce. Una donna vestita di nero era stata vista più volte nei pressi dell’abitazione, sempre nelle ore serali, sempre quando le strade si svuotavano. Nessuno sapeva con certezza chi fosse. C’era chi sosteneva che avesse abitato lì, chi diceva che fosse venuta a cercare qualcuno e chi, invece, la considerava una presenza legata a una morte mai chiarita.
Le versioni non coincidevano. In una, la donna aveva perso una persona amata. In un’altra, era stata lei stessa a morire lontano dalla città, senza che il suo corpo fosse mai tornato a casa. Una terza versione parlava di una promessa non mantenuta, di un’attesa durata tanto a lungo da sopravvivere a chi avrebbe dovuto porvi fine. La vecchia non garantiva che quelle storie fossero vere. Le aveva ascoltate da bambina e, già allora, le erano state riferite come ricordi antichi. Ma ricordava una cosa con assoluta precisione: sua nonna le aveva proibito di entrare nella stanza chiusa.

«Ci sono porte», le aveva detto, «che si chiudono per impedire a qualcuno di uscire. E altre che si chiudono perché qualcosa non trovi più la strada per entrare». Nessuno, quella notte, chiese spiegazioni. Il giorno seguente, la serratura venne controllata. La porta fu aperta alla presenza di più persone. Dentro c’erano mobili coperti da lenzuoli, un cassettone, alcune sedie e una piccola immagine religiosa annerita dal tempo. La polvere ricopriva il pavimento. Non c’erano finestre aperte, passaggi nascosti o segni di un ingresso recente. Nessuno trovò nulla che potesse spiegare le apparizioni. E nessuno volle più trascorrere la notte in quella stanza.
La storia, come accade a molte vicende nate nel silenzio delle case, non ebbe una conclusione vera e propria. Secondo quanto venne tramandato, le apparizioni si fecero sempre più rare. Per qualche tempo si udirono ancora passi sulle scale, qualche colpo nel corridoio, il rumore di una porta che sembrava aprirsi e richiudersi senza che nessuno la toccasse. Poi, lentamente, tutto cessò. La famiglia continuò a vivere nella casa. Altri vennero ad abitarla negli anni successivi. La stanza venne riaperta, i mobili spostati, le pareti ridipinte. La vita riprese il suo corso, come se nulla fosse accaduto. Eppure, la storia non scomparve. Passò di bocca in bocca, da una nonna a una nipote, da una voce anziana a un bambino che ascoltava con gli occhi spalancati.
Con il tempo, i particolari cambiarono. Qualcuno giurava che la donna avesse un volto pallidissimo; altri sostenevano che non si fosse mai riusciti a vederle gli occhi. C’era chi la chiamava semplicemente la dama nera e chi, invece, non aveva dubbi: era la Malombra.
Nella tradizione popolare molfettese, la Malombra appartiene a quel territorio incerto nel quale la paura assume una forma, un nome, un volto che tutti credono di conoscere e che nessuno riesce davvero a spiegare. Ma se quella donna fosse stata soltanto un’apparizione, perché sembrava conoscere così bene la casa? E se fosse stata una presenza rimasta legata a un luogo, perché compariva e scompariva proprio davanti a persone che non avevano alcun modo di raggiungerla?
Forse la memoria collettiva aveva trasformato una vicenda reale in una leggenda. Forse la notte aveva ingigantito ombre, rumori e paure. Oppure, come accade in certe storie che resistono al tempo, mancava un particolare decisivo, qualcosa che nessuno aveva saputo vedere o che nessuno aveva voluto raccontare. La nostra lettrice non può aggiungere altro. La storia che ha ricevuto dalla nonna termina qui. O, almeno, termina nel punto in cui la memoria familiare ha smesso di tramandarla.
C’è una domanda, tuttavia, che resta sospesa sopra questa vicenda. Noi siamo abituati a considerare reale ciò che possiamo vedere, toccare, misurare e ricondurre a una spiegazione. È un criterio necessario per vivere nel mondo, ma non sempre basta a dissolvere ogni interrogativo. La figura della donna nera, così come ci è stata raccontata, non costituisce una prova dell’esistenza di fantasmi. Non abbiamo documenti che permettano di verificare gli episodi, né elementi per identificare la casa o ricostruire un fatto storico preciso. Sarebbe scorretto affermare il contrario. Eppure, le storie più inquietanti non sono necessariamente quelle che dimostrano qualcosa. Sono quelle che ci costringono a domandarci se la nostra idea della realtà sia davvero completa.
È un interrogativo che attraversa anche le pagine del romanzo Mephisto: un’altra realtà. Non come una risposta definitiva, né come la promessa di svelare ciò che rimane nascosto, ma come la possibilità di guardare oltre il confine rassicurante di ciò che crediamo di conoscere. Perché forse il mistero più grande non è incontrare qualcosa che non sappiamo spiegare. È scoprire che ciò che non sappiamo spiegare potrebbe essere sempre stato accanto a noi.
Nella Molfetta di un secolo fa, quando i portoni venivano sprangati e le strade sprofondavano nel buio, qualcuno raccontava di una donna vestita di nero che attraversava i corridoi senza lasciare traccia. Non sappiamo se quella donna sia mai esistita. Ma, se una notte doveste svegliarvi e vedere una figura immobile in fondo al corridoio, non abbiate fretta di convincervi che sia soltanto un’ombra. E soprattutto, prima di avvicinarvi, chiedetevi una cosa. Se quella donna fosse davvero lì, sarebbe lei a essere entrata nella vostra realtà… oppure sareste voi ad aver intravisto, per un solo istante, l’altra?
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Mephisto: un’altra realtà di Nico LasE se tutto ciò che credi reale fosse solo un’illusione? Mephisto: un’altra realtà è un thriller avvolgente tra complotti e dimensioni parallele, dove nulla è come sembra. |








