La rivoluzione secondo l’ammucchiata: stessi volti, stesse poltrone, stessi disastri… ma con il manifesto nuovo di zecca

“Solo noi possiamo governare dal giorno dopo”, hanno annunciato con la stessa convinzione di chi prova a venderti una Panda del ’98 dicendo che è “semi-nuova”. E noi dovremmo pure applaudirli? Voi ci credete? Noi assolutamente no.
La verità è che governare dal giorno dopo per loro è facilissimo: conoscono già gli uffici, le sedie, i corridoi, i cessi e probabilmente pure dove tengono il caffè in Comune. D’altronde sono gli stessi che negli ultimi dieci anni hanno occupato posti, ruoli, consigli, commissioni e probabilmente anche i tavolini del bar sotto Palazzo Giovene. Gli stessi che hanno contribuito a far cadere il “loro parafulmini preferito”, l’ex sindaco. Gli stessi che oggi si ripresentano abbracciati come una reunion degli ex compagni di classe che si odiavano fino a ieri, ma che improvvisamente “si vogliono bene per il bene della città”. E dovremmo credere che adesso cambieranno tutto? Dovremmo credere a questa enorme panzana? Davvero? Con quale magia? Con quale apparizione mistica? Con il miracolo di “San Tommaso Decollato” da parte loro?
Perché il punto non è se possono governare dal giorno dopo. Il punto è: come accidenti pensano di governare meglio, se sono gli stessi che Molfetta l’hanno governata male fino a qualche mese fa? È come se il piromane si candidasse a capo dei vigili del fuoco dicendo: “Tranquilli, stavolta l’acqua la porto io”.
Nel frattempo la città cade a pezzi. Strade dissestate che sembrano percorsi di motocross. Quartieri dimenticati più velocemente delle promesse elettorali. Verde pubblico talmente trascurato che ormai l’erba alta chiede la residenza. Servizi insufficienti, traffico impazzito e manutenzione talmente assente che ormai è leggenda metropolitana. Ma niente paura: arriva la grande trovata della campagna elettorale! La metafora calcistica! Perché quando non sai come risolvere i problemi della città, puoi sempre organizzare il festival della supercazzola sportiva. E allora via con eventi-show, slogan motivazionali, squadrette improvvisate e operazioni d’immagine che sembrano uscite da una televendita anni ’90: “Compra oggi il cambiamento! Dentro trovi gratis tre assessori riciclati e due trasformisti dell’ultima ora!” La città reale? Quella può aspettare.
Questa non è politica del futuro. È la solita vecchia politica dello spettacolo: quella dove si inaugura pure una panchina come fosse il ponte sullo Stretto e dove bastano un pallone, una fascia tricolore e due selfie per provare a convincere la gente che vada tutto bene.
Le liste del ciambottone, che si sono moltiplicate come i funghi dopo la pioggia — liste civiche, semi-civiche, pseudo-civiche, civiche “di appoggio”, civiche “di sostegno”, civiche che nascono il martedì, cambiano simbolo il giovedì e il venerdì già rinnegano quello che avevano detto il lunedì — non sono altro che un gigantesco mercato del riciclo politico, dove cambiano le etichette ma il prodotto dentro resta sempre lo stesso. Cambiano i loghi, cambiano i colori, cambiano gli slogan. Ma i protagonisti sono sempre quelli: riciclati, ripitturati e rimessi sullo scaffale come offerte dell’ultimo minuto. Una specie di fiction italiana infinita: quindici stagioni, stessi attori, stessa trama, e pubblico che ormai conosce il finale meglio degli sceneggiatori.
Altro che progetto politico. Qui siamo davanti al “Grande Circo dell’Ammucchiata”: un kolossal tragicomico dove l’unico vero programma sembra essere la sopravvivenza politica. Una gigantesca corsa alla poltrona travestita da amore per la città. E il bello è che pensano pure che la gente non se ne accorga. Ma i cittadini non chiedono passerelle. Non chiedono metafore calcistiche. Non chiedono il talent show della politica locale. I cittadini chiedono cose semplici: strade normali, sicurezza, servizi funzionanti, manutenzione, serietà. Chiedono una città amministrata da persone capaci, non da prestigiatori del consenso. Avevano promesso la “Città Smart” e sono riusciti a lasciare una città all’“età della pietra”.
Il 24 e 25 maggio l’occasione è storica: chiudere definitivamente questa lunga stagione di trasformismi, accordicchi, inciuci e riciclaggi politici travestiti da novità. Perché dopo dieci anni di disastri, presentarsi ancora come “la soluzione” richiede coraggio. O una straordinaria faccia tosta. E allora un consiglio sincero, affettuoso, quasi paterno: basta comizi, basta slogan, basta teatrini. Andate a zappare. Che è meglio per voi. E soprattutto per Molfetta intera.








