I racconti tramandati dai nostri nonni riportano alla memoria antiche credenze e tradizioni legate alla commemorazione dei defunti: il pane e l’acqua lasciati sulla tavola, le lampade a olio accese e le misteriose processioni notturne delle anime.

C’erano usanze, credenze e racconti che si tramandavano di generazione in generazione, soprattutto nelle lunghe serate invernali, quando ci si ritrovava attorno alla frascére, il braciere acceso, e gli anziani diventavano custodi di una memoria fatta di storie, leggende e tradizioni.
Il 2 novembre, giorno dedicato alla commemorazione dei defunti, era una ricorrenza particolarmente sentita nella Molfetta di una volta. Non era soltanto una giornata da trascorrere al cimitero, portando un fiore e una preghiera ai propri cari scomparsi. Era anche un momento circondato da consuetudini e credenze popolari, alcune delle quali oggi sopravvivono soltanto nei ricordi di chi le ha ascoltate raccontare dai propri nonni.
Angelo Boccanegra ci restituisce alcune di queste testimonianze, riportandoci indietro nel tempo, quando il rapporto con i defunti era accompagnato da gesti semplici, ma carichi di significato.
Una delle credenze più diffuse riguardava proprio la notte tra il primo e il due novembre. Si raccontava che, in quelle ore, le anime dei defunti tornassero sulla terra per fare visita alle proprie famiglie, rivedere le case nelle quali avevano vissuto e i luoghi che avevano attraversato durante la loro esistenza terrena. Per accoglierle, nelle abitazioni si preparava quella che veniva chiamata la cena dei defunti. Dopo aver consumato la cena di Ognissanti, si lasciava sulla tavola della cucina un po’ di pane e un bicchiere d’acqua. Talvolta si accendeva anche una piccola lampada a olio, affinché le anime potessero trovare la strada e, una volta giunte nelle loro antiche dimore, avessero qualcosa di cui ristorarsi.
Non si trattava di una vera cena, naturalmente, ma di un gesto simbolico, un modo per mantenere vivo il legame con chi non c’era più, quasi che quella notte potesse accorciare, almeno per qualche ora, la distanza tra il mondo dei vivi e quello dei defunti. Ma i racconti popolari molfettesi non si fermavano qui.
Si narrava, infatti, che al calare delle tenebre le anime dei defunti si radunassero presso l’antica chiesetta campestre di Santa Margherita, conosciuta nella tradizione locale come Santa Margherita di Sculcula, situata nell’area dell’attuale cimitero, a circa un chilometro dalla Basilica della Madonna dei Martiri. Qui, secondo la leggenda, si sarebbe celebrata un’annuale messa in suffragio delle anime. Terminata la funzione, avrebbe avuto inizio una processione silenziosa e misteriosa. Dal vialone d’ingresso, fiancheggiato da due filari di possenti cipressi, le anime avrebbero cominciato il loro cammino verso la città, attraversando strade, piazze e vicoli.
Si raccontava che fossero incorporee e silenziose, capaci di attraversare porte e muri per raggiungere le abitazioni nelle quali avevano trascorso la loro vita terrena. Proprio per questo si lasciavano pane e acqua sulla tavola: un’accoglienza discreta, un segno di affetto rivolto a chi, almeno secondo la tradizione, sarebbe tornato a far visita ai propri cari. E guai a chi avesse avuto la sventura di assistere a quella processione! Chi si fosse imbattuto nella misteriosa sfilata delle anime durante la notte avrebbe dovuto fare penitenza e giurare di non raccontare mai a nessuno ciò che aveva visto.
Erano storie che i nonni narravano con una certa solennità, soprattutto ai bambini, i quali ascoltavano tra curiosità e timore, lasciandosi suggestionare da quei racconti difficili da dimenticare. A rendere ancora più suggestiva l’atmosfera contribuivano i rintocchi delle campane che, dopo il vespero del primo novembre, diffondevano nella città un suono funebre e malinconico.
C’erano anche altre consuetudini legate a questa giornata. Una riguardava il mare: secondo un’antica credenza popolare, nella notte tra il primo e il due novembre e per tutta la giornata successiva, nessuno avrebbe dovuto andare a pescare. Si temeva, infatti, che nelle reti potessero finire i teschi e le ossa di quanti erano scomparsi tra le onde e non avevano mai fatto ritorno. E, ancora, il 2 novembre era tradizionalmente una giornata nella quale si evitava il consumo di carne, osservando un’usanza che univa rispetto, devozione e antiche consuetudini familiari.
Oggi molte di queste tradizioni sono scomparse, altre sopravvivono soltanto nella memoria di chi le ha ascoltate raccontare davanti al fuoco, nelle case dei nonni. Non sappiamo quanto ci fosse di credenza, quanto di leggenda e quanto di semplice immaginazione popolare. Ma forse non è questo l’aspetto più importante.
Quelle storie raccontavano un modo diverso di vivere il ricordo dei propri cari: non soltanto attraverso la visita al cimitero, ma anche con piccoli gesti domestici, con una tavola lasciata imbandita, una luce accesa e la sensazione che, almeno per una notte, chi ci aveva lasciato potesse tornare ancora tra le mura della propria casa. Perché le tradizioni popolari, anche quando si perdono nel tempo, continuano a custodire qualcosa di prezioso: la memoria di una comunità, le sue paure, le sue speranze e, soprattutto, il legame mai interrotto con le generazioni che l’hanno preceduta.
Molfetta racconta. E i ricordi, qualche volta, tornano a farci visita proprio come le anime di queste antiche leggende.









