Dai commenti dei lettori agli ultimi abbattimenti, una domanda che va oltre il singolo albero: manutenzione, sicurezza, nuove piantumazioni e trasformazione degli spazi urbani. Perché il tema non è soltanto ciò che viene tagliato, ma anche ciò che decidiamo di mettere al suo posto.

Ci sono immagini che aprono una discussione più grande di quello che mostrano. È accaduto anche con l’immagine che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi: alberi tagliati e, intorno, cemento. La frase che accompagnava quell’immagine era volutamente semplice: tagliamo gli alberi, riempiamo gli spazi di cemento… poi quando arriva l’Estate ci chiediamo perché non si respira.
Non era, e non vuole essere, una sentenza su ogni singolo abbattimento. Un albero può essere malato, compromesso, pericoloso. Può trovarsi in condizioni tali da rendere necessario un intervento. La sicurezza delle persone viene prima di tutto e non avrebbe senso sostenere il contrario. Ma proprio per questo la discussione dovrebbe cominciare un attimo dopo il taglio. Perché un albero adulto non è soltanto un elemento del paesaggio urbano. È ombra, è una presenza che modifica la percezione di una strada, è parte della memoria di un quartiere. E quando viene eliminato, soprattutto dopo molti anni di crescita, non può essere considerato equivalente a una nuova piantumazione semplicemente perché, da qualche parte, viene piantato un altro albero. Occorrono anni perché un albero diventi davvero un albero capace di produrre gli stessi effetti sulla città.
È uno degli aspetti che emerge con maggiore chiarezza proprio dai commenti arrivati sotto la nostra pubblicazione. C’è chi ha scritto che gli alberi vanno curati e sfoltiti, anziché lasciati per decenni senza manutenzione fino a diventare un problema. C’è chi teme che, una volta eliminate le alberature, le strade diventino sempre più prive di ombra. E c’è chi mette direttamente in relazione questa trasformazione con il caldo che ogni estate rende più difficile vivere gli spazi urbani.
Al di là dei toni inevitabilmente diversi dei commenti, il punto comune sembra essere uno: che valore attribuiamo al verde quando programmiamo la trasformazione di una città? Perché la manutenzione degli alberi ha un costo. La cura, la potatura, il monitoraggio delle condizioni delle piante richiedono tempo, risorse e competenze. Ma anche non intervenire ha un costo, soprattutto quando anni di mancata manutenzione trasformano un patrimonio verde in un problema di sicurezza. E allora la domanda non dovrebbe essere soltanto perché un albero è stato abbattuto. Dovremmo chiederci anche perché si è arrivati a quel punto.
Quando la sicurezza diventa l’unica domanda
È evidente che non tutti gli alberi possono essere conservati a qualsiasi costo. Ma tra l’abbandono e l’abbattimento esiste una lunga fase nella quale si può intervenire. La vera sfida, forse, è proprio questa: riuscire a distinguere ciò che deve essere necessariamente eliminato da ciò che avrebbe potuto essere conservato attraverso una manutenzione corretta e tempestiva. E soprattutto rendere comprensibili ai cittadini le ragioni delle decisioni. Quando un albero viene abbattuto, sarebbe utile sapere quale valutazione tecnica lo ha ritenuto necessario, quali condizioni presentava, quali alternative sono state considerate e cosa è previsto per quello spazio una volta concluso l’intervento. Non per mettere in discussione automaticamente una decisione. Per poterla comprendere. È una differenza importante. Perché la trasparenza non serve soltanto quando c’è qualcosa da contestare. Serve anche quando una decisione è tecnicamente corretta, proprio perché consente ai cittadini di conoscere il percorso che ha portato a quella scelta.
Il precedente di via Don Minzoni
A Molfetta, del resto, il tema non è nuovo. Nel 2024 l’abbattimento dei pini di via Don Minzoni provocò una forte mobilitazione. Ci furono raccolte di firme, iniziative pubbliche, flash mob e una controperizia. Il tema dell’abbattimento degli alberi entrò così nel dibattito cittadino molto più ampio rispetto al singolo progetto di riqualificazione. Oggi, davanti agli alberi abbattuti in via Rosaria Scardigno, all’angolo con via Santa Maria Domenica Mazzarello, quella vicenda è tornata indirettamente al centro della discussione. La consigliera comunale Mariangela Azzollini ha posto proprio questa domanda, parlando di una diversa reazione rispetto a quella registrata nel 2024: perché allora una forte mobilitazione e oggi una reazione molto più limitata?
È una domanda politica, e come tale va considerata. Ma può diventare anche una domanda più generale, che non riguarda soltanto chi si mobilita e chi non lo fa. Il criterio con cui valutiamo la perdita di una alberatura dovrebbe essere sempre riconoscibile? Se due situazioni sono tecnicamente diverse, è naturale che possano richiedere decisioni diverse. Se invece il principio è quello della tutela del verde, è altrettanto legittimo chiedersi se quel principio venga applicato con continuità. Non serve stabilire in anticipo quale delle due interpretazioni sia corretta. Servono gli elementi per poterlo capire.
E poi c’è il cemento
C’è però un altro elemento che attraversa molti dei commenti ricevuti e che merita di non essere lasciato sullo sfondo: il rapporto tra alberi e trasformazione degli spazi urbani. Ogni volta che un’area verde viene sostituita, anche parzialmente, da superfici impermeabili, cambia qualcosa nel modo in cui quello spazio viene vissuto. Cambia l’ombra disponibile, cambia la presenza della vegetazione, cambia la percezione della strada o della piazza. E quando questo accade in più punti della città, la questione smette di essere quella del singolo intervento. Diventa una questione urbanistica. Non significa che ogni superficie pavimentata sia sbagliata, né che una città debba essere trasformata in un parco. Le città hanno bisogno di strade, marciapiedi, servizi, infrastrutture, parcheggi, percorsi ciclabili e spazi accessibili. Ma proprio perché tutte queste esigenze devono convivere, il verde non dovrebbe essere considerato soltanto ciò che rimane dopo aver deciso tutto il resto. Dovrebbe essere una delle componenti della progettazione. È questa, forse, la domanda più importante che arriva dai commenti dei nostri lettori.
Quando immaginiamo una nuova piazza, una strada, un marciapiede o una riqualificazione, stiamo progettando anche l’ombra che quella città avrà tra dieci, venti o trent’anni? Perché il problema del verde urbano non si misura soltanto contando quanti alberi vengono piantati. Bisognerebbe guardare anche quanti alberi adulti vengono persi, dove vengono persi, perché vengono persi e quale sarà il loro effettivo sostituto.
Una città che deve decidere cosa vuole conservare
C’è poi una considerazione che forse vale più delle polemiche del momento. Una città non è fatta soltanto dalle opere che inaugura. È fatta anche da ciò che decide di conservare. Un albero può sembrare un elemento marginale rispetto a una grande opera pubblica, a una nuova pavimentazione o a un progetto di riqualificazione. Ma dopo qualche anno quella stessa alberatura può diventare uno degli elementi che maggiormente caratterizzano uno spazio. E quando non c’è più, ci si accorge della sua importanza proprio perché manca. Per questo non pensiamo che la discussione debba ridursi a uno slogan contro gli abbattimenti. E nemmeno al contrario che ogni abbattimento debba essere accettato semplicemente perché accompagnato dalla parola «sicurezza».
Tra queste due posizioni esiste lo spazio nel quale dovrebbero stare le decisioni pubbliche: atti, valutazioni tecniche, manutenzione, programmazione e trasparenza. Se un albero è pericoloso, bisogna sapere perché. Se può essere salvato, bisogna chiedersi come. Se deve essere abbattuto, bisogna sapere cosa verrà dopo. E se al posto del verde arriva il cemento, bisogna avere il coraggio di porsi la domanda che forse è alla base di tutta questa discussione: che città stiamo costruendo? Perché il caldo dell’estate non arriva soltanto dal cielo. Lo spazio urbano che scegliamo di costruire, giorno dopo giorno, contribuisce anche a determinare quanto sarà vivibile la città quando il sole diventerà più forte. E forse sarebbe meglio pensarci prima, non soltanto quando arriverà la prossima estate.









