Una cosa è la politica, un’altra è la giustizia: rileggiamo la Cassazione su Tommaso Minervini


La sentenza depositata il 13 marzo 2026 ha annullato senza rinvio le ordinanze cautelari nei confronti dell’ex sindaco, ritenendo insussistenti i gravi indizi relativi alle contestazioni esaminate. Dalla bonifica degli uffici agli appalti, la Cassazione entra nel merito delle accuse e impone di distinguere il giudizio politico da quello penale.
Tommaso Minervini, la Cassazione smonta l’impianto accusatorio: arresto illegittimo.

Dopo la pubblicazione del nostro ultimo approfondimento, “Due pesi e due misure? Quando i criteri dell’opportunità politica cambiano con le maggioranze”, nel quale avevamo affrontato anche la vicenda dell’ex sindaco Tommaso Minervini, ci siamo accorti di una cosa abbastanza singolare: molti dei lettori con i quali abbiamo discusso non avevano letto la sentenza della Corte di Cassazione che ha annullato senza rinvio le ordinanze cautelari emesse nei suoi confronti. E questo, naturalmente, può anche capitare. Non è che leggere una sentenza della Corte di Cassazione sia come leggere ogni giorno qualche articolo, un post o un commento su Facebook. Sono documenti tecnici, spesso complessi, che richiedono tempo e attenzione.

Ma ci siamo accorti anche di un’altra cosa: alcuni lettori — non pochi, per la verità — non avevano letto neppure gli articoli che avevano provato ad approfondire la vicenda, andando oltre il titolo o la semplice ricostruzione della cronaca. E allora una domanda, forse più generale, ci è venuta spontanea: si sta perdendo l’abitudine di leggere prima di commentare? Ammesso, naturalmente, che qualcuno questa abitudine l’abbia mai avuta. Perché discutere, anche animatamente, su una vicenda politica o giudiziaria è una cosa. Formarsi un’opinione senza aver prima verificato ciò di cui si sta parlando è un’altra.

Ed è proprio per questo che abbiamo pensato di tornare sulla vicenda di Tommaso Minervini. Non per riaprire una polemica politica, non per riscrivere la storia amministrativa degli ultimi anni e nemmeno per utilizzare una decisione giudiziaria contro qualcuno. Piuttosto, per provare a rimettere le cose nel loro ordine e distinguere piani che troppo spesso finiscono per sovrapporsi.

Una cosa è la politica. Un’altra è la persona. Una cosa è la critica, anche severa, alle scelte politiche di Tommaso Minervini, della sua Giunta e della coalizione che lo ha sostenuto. Un’altra cosa è il giudizio sulle contestazioni penali che lo hanno riguardato. E ancora un’altra cosa è stabilire che cosa abbia effettivamente detto la Corte di Cassazione. Sono piani diversi. E se non siamo capaci di distinguerli, rischiamo di fare esattamente ciò che spesso rimproveriamo alla politica: confondere questioni diverse per arrivare a una conclusione già stabilita.

Partiamo dalla sentenza

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9774 del 2026, depositata il 13 marzo 2026, ha annullato senza rinvio le ordinanze relative alle misure cautelari nei confronti di Minervini. La decisione è stata assunta dalla Sesta Sezione penale della Suprema Corte. La stessa Corte, nella propria rassegna ufficiale, riporta la decisione e il principio affermato in relazione a una delle contestazioni riguardanti una procedura di partenariato pubblico-privato mediante project financing. Non siamo quindi davanti a un semplice passaggio burocratico.

La Cassazione ha accolto il ricorso e ha ritenuto insussistenti i gravi indizi di colpevolezza necessari, nella fase cautelare, in relazione alle contestazioni esaminate. Le motivazioni, articolate in nove pagine, riguardano cinque contestazioni: tre episodi di falso e due ipotesi di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. Questo è il primo elemento che riteniamo importante sottolineare.

La Corte non si è limitata a un rilievo formale. Ha esaminato in fatto e in diritto le contestazioni poste alla base delle misure e ha ritenuto che mancassero i gravi indizi necessari per sostenerle in quella sede. È una differenza tutt’altro che marginale.

Il falso sui lavori pubblici

Uno dei passaggi più significativi riguarda la contestazione relativa ai lavori pubblici. Secondo la ricostruzione riportata nella sentenza, rispetto al progetto originario era stata approvata una variante in diminuzione, resa necessaria dalla necessità di affrontare lavori di sbancamento e rimozione di rifiuti non previsti inizialmente. I lavori residui previsti dalla variante erano stati attestati dal direttore dei lavori e le relative schede risultavano corrispondenti allo stato dei lavori. La Cassazione, come riportato nelle motivazioni, esclude quindi che quelle attestazioni possano essere considerate il risultato di una dolosa omissione: vengono ricondotte invece alla rappresentazione dello stato dei lavori oggetto di una variante regolarmente approvata.

Ma c’è un altro elemento che ci interessa particolarmente. Non basta che esista una contestazione amministrativa o che si possa discutere della correttezza di una scelta. Per trasformare quella condotta in un reato occorrono gli elementi richiesti dalla fattispecie penale e, soprattutto, la prova del contributo penalmente rilevante della persona alla quale il fatto viene attribuito. È una distinzione fondamentale. Perché una scelta amministrativa può essere criticata politicamente. Può essere considerata sbagliata. Può essere giudicata inefficiente. Può persino essere contestata sotto il profilo amministrativo. Ma questo non significa automaticamente che costituisca un reato.

La bonifica degli uffici e quella microspia

Un altro passaggio riguarda la bonifica degli uffici comunali dopo il ritrovamento di una microspia. Qui la questione diventa ancora più interessante proprio perché consente di vedere la differenza tra una valutazione amministrativa e una falsificazione penalmente rilevante. Il ritrovamento della microspia era un fatto. La decisione di procedere alla bonifica degli ambienti costituiva invece una valutazione conseguente a quel fatto. La Cassazione ha escluso che una simile valutazione amministrativa possa essere automaticamente trasformata in un falso ideologico. Ed è un principio che va oltre il caso specifico. Una decisione amministrativa discutibile non diventa per questo un falso. Perché il diritto penale non giudica semplicemente l’opportunità di una scelta amministrativa. Deve verificare se quella scelta integri concretamente una fattispecie di reato e se ne siano provati gli elementi costitutivi.

Il peculato e l’uso delle risorse pubbliche

Anche sul tema del peculato la ricostruzione merita attenzione. La questione riguardava l’utilizzo di risorse pubbliche e il possibile impiego per finalità private. La Cassazione, secondo quanto emerge dalle motivazioni, non ha individuato elementi sufficienti a sostenere l’ipotesi accusatoria nei termini necessari per la misura cautelare. Ancora una volta, il punto non è stabilire se ogni scelta dell’amministrazione sia stata necessariamente la migliore. Il punto è un altro. La responsabilità politica e la responsabilità penale non sono la stessa cosa. E confonderle significa alterare entrambe.

Il capitolo degli appalti e del project financing

Forse il passaggio più interessante per comprendere la decisione riguarda le contestazioni sulla turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. La stessa Corte di Cassazione, nella propria rassegna ufficiale, sintetizza il principio affermato dalla sentenza: nell’ambito di una procedura di partenariato pubblico-privato mediante project financing, le interlocuzioni del pubblico agente con un imprenditore interessato all’investimento, quando avvengono dopo l’adozione della determina e riguardano il progetto definitivo da presentare alla gara, non costituiscono di per sé collusioni illecite, ma possono rientrare nei rapporti fisiologici propri della procedura. È un passaggio importante perché chiarisce una cosa molto semplice: non ogni rapporto tra amministrazione e operatori economici è automaticamente sospetto.

Nel project financing esistono per loro natura interlocuzioni tra pubblico e privato. Il problema giuridico nasce quando quelle interlocuzioni diventano collusive, fraudolente o finalizzate ad alterare il procedimento. La Cassazione, nel caso esaminato, ha ritenuto che gli elementi raccolti non fossero sufficienti a sostenere l’accusa nei confronti di Minervini. E anche qui torna la distinzione fondamentale: un rapporto politicamente discutibile non è automaticamente un rapporto penalmente illecito.

E il ruolo dell’ex sindaco?

È forse questo il punto che più di ogni altro dovrebbe far riflettere. Per sostenere una responsabilità penale non basta dimostrare che una determinata vicenda sia avvenuta durante il mandato di un sindaco. Occorre dimostrare il suo coinvolgimento penalmente rilevante. La Cassazione ha ritenuto che, nelle contestazioni esaminate, mancassero i gravi indizi necessari a sostenere tale coinvolgimento.

Questo non significa che ogni scelta amministrativa compiuta durante i mandati di Minervini debba essere considerata corretta. Non significa che la sua amministrazione non possa essere sottoposta a critica. Non significa nemmeno che la Cassazione abbia espresso un giudizio politico positivo sulla sua esperienza amministrativa. Significa esattamente ciò che una sentenza penale significa: rispetto alle contestazioni esaminate nella sede cautelare, non sono stati ritenuti sussistenti i gravi indizi necessari. E questo va rispettato.

La politica resta politica

Ed è proprio qui che vogliamo essere molto chiari. Noi continueremo a porre domande sugli atti della sua amministrazione. Continueremo a discutere delle decisioni della Giunta, delle opere pubbliche, del porto, delle società partecipate, delle procedure amministrative e di tutto ciò che riterremo meritevole di approfondimento. E continueremo a farlo anche quando si tratta dell’ASM. Riteniamo che errori molto gravi siano stati commessi anche durante tutte le amministrazioni di Tommaso Minervini, a cominciare dagli ultimi mesi del suo primo mandato, nel 2006. Ma sarebbe altrettanto sbagliato attribuire tutto a una sola amministrazione o a un solo sindaco.

Quello che abbiamo osservato nel corso degli ultimi vent’anni è una gestione dell’ASM che, a nostro avviso, è diventata progressivamente il terreno di una serie di trasversalismi politici e amministrativi, alcuni evidenti, altri meno visibili e altri ancora difficili persino da immaginare. Su questo continueremo a fare domande, senza sconti e senza pregiudizi.

Una vicenda giudiziaria non può rendere intoccabile un amministratore politico. Ma vale anche il contrario: una vicenda giudiziaria non può trasformare automaticamente una scelta politica in una responsabilità penale. E una misura cautelare non può diventare, nel racconto pubblico, una sentenza definitiva, a maggior ragione quando quelle misure vengono annullate dalla Corte di Cassazione. È precisamente per questo che la decisione della Cassazione merita di essere letta. Non per cancellare la critica politica, ma per rimettere ogni cosa al proprio posto: la politica resta politica, la giustizia resta giustizia e gli atti devono continuare a parlare per quello che realmente dicono.

Che cosa ha realmente chiuso la Cassazione?

Anche qui è necessario essere precisi. La decisione della Suprema Corte ha chiuso la fase cautelare relativa alle contestazioni esaminate e ha annullato senza rinvio le ordinanze impugnate. La sentenza, però, non va trasformata in qualcosa che non è. La Cassazione non ha pronunciato una sentenza definitiva di assoluzione sull’intero procedimento penale. Ha annullato senza rinvio le misure cautelari oggetto del ricorso, ritenendo insussistenti i gravi indizi in relazione alle contestazioni esaminate. Ma attenzione: per arrivare a questa conclusione non si è limitata a un rilievo formale. La Corte ha esaminato, per quanto di sua competenza nella fase cautelare, le vicende e le condotte contestate, verificando se dagli elementi acquisiti potessero emergere i presupposti necessari per sostenere l’accusa sul piano cautelare. Ed è proprio questo il punto che merita di essere sottolineato.

La Corte ha ritenuto che, rispetto alle contestazioni esaminate, gli elementi disponibili non fossero sufficienti a sostenere i gravi indizi richiesti per l’applicazione delle misure cautelari, evidenziando anche come alcune condotte, pur potendo essere oggetto di valutazioni o discussioni sul piano amministrativo o politico, non fossero di per sé sufficienti a integrare una responsabilità penale nei termini contestati. E non è affatto poco. Anzi, è una decisione di grande rilievo, proprio perché interviene concretamente sulla consistenza dell’impianto accusatorio. 

Non c’è quindi alcun bisogno di aggiungerci altro, né di trasformare quella decisione in qualcosa che non è. È sufficiente leggerla per quello che dice.

Una persona non è mai soltanto la sua vicenda giudiziaria

Ed è forse qui che torniamo al punto dal quale siamo partiti. Quando si parla di personaggi politici, il rischio è quello di costruire una persona attraverso un solo episodio, una sola stagione, una sola polemica o, nel caso specifico, una sola vicenda giudiziaria. Ma una persona è sempre qualcosa di più.

Tommaso Minervini è stato sindaco di Molfetta, ha attraversato stagioni politiche differenti, ha compiuto scelte amministrative che possono essere discusse e contestate e altre che possono essere considerate diversamente da cittadini e osservatori. Tutto questo appartiene alla politica e alla storia amministrativa della città. La vicenda giudiziaria appartiene invece a un altro piano e va raccontata attraverso gli atti che la riguardano.

Non abbiamo bisogno di scegliere una parte prima di leggere i documenti. E non abbiamo bisogno di decidere chi sia un personaggio prima di averne osservato il percorso. È una regola che vale per Minervini come per chiunque altro. Perché non crediamo che le persone possano essere ridotte alle proprie appartenenze politiche, alle proprie simpatie o alle proprie controversie. E soprattutto non crediamo che una persona debba essere raccontata soltanto attraverso ciò che di lei è stato contestato.

Guardare i fatti senza le etichette

Forse è questa la ragione più profonda per cui abbiamo deciso di tornare sulla sentenza. Non soltanto per Tommaso Minervini. Non soltanto per la sua vicenda. Ma perché anche questa storia ci ricorda quanto sia facile, nel dibattito pubblico, leggere ogni cosa attraverso una lente ideologica. Se una persona è di destra, allora ogni sua scelta viene letta in un certo modo. Se è di sinistra, in un altro. Se appartiene a una coalizione, si tende a giudicare diversamente ciò che, in un altro contesto politico, verrebbe giudicato allo stesso modo. Noi continuiamo a ritenere che sia un errore.

Lo abbiamo detto in altre occasioni e lo ribadiamo anche qui: non ci interessano le etichette prima dei fatti. Ci interessano gli atti, i documenti, le decisioni, le sentenze, le responsabilità effettivamente accertate e anche le domande che restano aperte. Questo non significa essere neutrali davanti a tutto. Significa, piuttosto, provare a non decidere in anticipo ciò che i documenti devono dimostrare.

Una persona può essere politicamente criticata e, nello stesso tempo, avere ragione su una determinata questione. Un’amministrazione può avere commesso errori e avere contemporaneamente prodotto risultati importanti. Un sindaco può essere stato contestato per alcune scelte e avere comunque diritto a vedere riconosciuto ciò che un’autorità giudiziaria ha effettivamente stabilito. Non c’è contraddizione. La complessità non è una debolezza dell’analisi. È l’analisi.

Noi continuiamo a guardare alle cose

E allora torniamo al nostro punto di partenza. Noi non abbiamo una particolare simpatia per le ideologie, né di destra né di sinistra. E non perché pensiamo che le idee non contino. Al contrario. Pensiamo che le idee contino talmente tanto da non poter essere utilizzate come gabbie dentro le quali collocare ogni persona, ogni fatto e ogni giudizio. Non crediamo più a un certo modo di fare politica, quello nel quale prima si decide da che parte stare e poi si cercano gli argomenti per dimostrarlo. Continuiamo invece a credere alle cose. A quelle che vediamo. A quelle che possiamo documentare. A quelle che studiamo. A quelle che possiamo verificare. E anche a quelle che, dopo averle studiate, ci costringono eventualmente a cambiare idea. Forse è questo il senso più semplice del nostro lavoro.

Guardare le persone nella loro complessità, gli uomini e le donne per ciò che sono e non soltanto per l’etichetta politica che qualcuno ha deciso di appiccicare loro addosso o che “bontà loro” hanno deciso di appiccicarsi loro stessi addosso. Guardare la storia senza pretendere di piegarla al presente. Guardare una sentenza senza trasformarla in un manifesto politico. Guardare gli atti senza decidere prima cosa debbano dirci. E soprattutto continuare a fare domande. Perché una cosa è la politica. Un’altra è la giustizia. E in mezzo ci siamo noi, cittadini e lettori, che abbiamo il diritto di conoscere i fatti senza che qualcuno ci dica in anticipo come dobbiamo interpretarli. Noi continueremo a tenere accesi i fari. Non quelli di una parte. Quelli della ragione. E se qualcuno non sarà d’accordo con il nostro modo di leggere questa vicenda, ne saremo contenti. Perché anche questa volta, alla fine, c’è una sola cosa che ci interessa davvero: Molfetta Discute

Molfetta, Piazza Municipio, 6 luglio 2022. Tommaso Minervini indossa la fascia tricolore da sindaco per la seconda legislatura consecutiva e per la terza volta nella sua carriera amministrativa, considerando anche il primo mandato avviato nel 2001.
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