Ricordi del tempo che fu: gli indimenticabili “ragazzi del forno”


Li riconoscevi da lontano, con quella singolare “aureola” sulla testa e i tegami in perfetto equilibrio. Un’immagine che appartiene alla memoria di un’intera generazione. Dal racconto di Angelo Boccanegra.
Un giovane “ragazzo del forno” attraversa i vicoli della città con i tradizionali tegami in equilibrio sulla testa, simbolo di un lavoro che per molti bambini era parte della quotidianità. (Immagine illustrativa realizzata con intelligenza artificiale.)

Ci sono immagini che il tempo non riesce a cancellare. Restano impresse nella memoria come fotografie ingiallite, capaci di riportare alla mente profumi, voci e frammenti di una Molfetta che non c’è più.

Tra questi ricordi affiorano i “ragazzi del forno”. Li vedevi già alle prime luci del mattino percorrere le strade della città sulle loro sgangherate biciclette, diretti verso il più vicino forno a legna. Sulla testa, in un equilibrio che aveva quasi dell’incredibile, trasportavano i pesanti tegami neri, le celebri tourtɘirɘ, mentre le mani restavano ben salde sul manubrio. Una scena che oggi sembrerebbe impossibile, allora faceva parte della normalità.

Era impossibile confonderli con chiunque altro. A distinguerli era soprattutto u’ taràddɘ, il “tarallo”: una ciambella di stoffa, ottenuta annodando vecchi panni e corde, che serviva ad attutire il peso delle teglie e a mantenerle perfettamente stabili sulla testa. Un oggetto semplice, quasi povero, eppure indispensabile, diventato il simbolo stesso di quel mestiere.

Con una sicurezza che ancora oggi stupisce, quei ragazzi riuscivano a trasportare uno, due, talvolta perfino più tegami, pieni di pietanze preparate con cura nelle case e destinate alla cottura nel forno a legna. Bastava incrociarli perché l’aria si riempisse di profumi irresistibili: la focaccia appena condita, la pasta al forno, i peperoni ripieni, la parmigiana e tante altre ricette della tradizione. Erano aromi che si diffondevano lungo i vicoli e annunciavano il pranzo molto prima del rintocco delle campane.

I più anziani ricordano un tempo ancora precedente, quando gli stessi ragazzi trasportavano sulla testa lunghe tavole di legno cariche di pagnotte da infornare. Erano gli anni in cui nelle case si impastava il pane una sola volta alla settimana, abbastanza per sfamare famiglie numerose. Quel pane cotto a legna, fragrante e profumato, restava morbido per giorni e rappresentava una delle ricchezze più autentiche della tavola di una volta.

I forni a legna erano un piccolo universo fatto di calore, fatica e sapienza antica. Ogni tegame raccontava una storia familiare, ogni ricetta custodiva gesti tramandati di generazione in generazione. Ancora oggi, fortunatamente, qualche furnɘ nostranɘ continua a esistere e c’è chi non rinuncia al piacere di affidare le proprie pietanze a quella cottura lenta e inconfondibile, capace di regalare sapori che nessun forno moderno riesce davvero a imitare.

I “ragazzi del forno”, invece, sono scomparsi da molti anni. E, se da un lato la loro immagine continua a suscitare tenerezza e nostalgia, dall’altro è giusto ricordare la realtà che si nascondeva dietro quei sorrisi. Molti di loro erano bambini ai quali la vita aveva chiesto di diventare adulti troppo presto. Quello che allora sembrava normale oggi ha un nome preciso: sfruttamento del lavoro minorile. Ed è una pratica che, fortunatamente, appartiene al passato.

Erano altri tempi. Tempi in cui tanti figli di famiglie numerose lasciavano la scuola dopo pochi anni per imparare un mestiere. C’era chi entrava nelle botteghe del calzolaio, chi dal falegname, chi nei cantieri, chi nei forni. I più fortunati trovavano posto nei “saloni” da barba, considerati quasi una scuola privilegiata. Lì non si imparava soltanto a radere una barba o a tagliare i capelli. Si imparava a stare con la gente, ad ascoltare, a parlare con educazione. Tra uno specchio e una poltrona si discuteva di politica, di sport, di musica, di teatro e di vita. Per molti ragazzi quella bottega diventava una piccola palestra di umanità, un luogo dove si cresceva prima ancora che come artigiani, come uomini.

Ma questa… è un’altra storia.

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