Molfetta sta perdendo i suoi alberi: il verde non si sostituisce con una promessa


Un albero adulto può impiegare decenni per diventare parte della città. Per questo ogni abbattimento dovrebbe aprire una domanda più grande: cosa perdiamo oggi e cosa stiamo facendo perché domani ci sia ancora ombra?
Alberi abbattuti, cemento e una città sempre più priva di verde: un’immagine simbolica, generata con l’intelligenza artificiale, per raccontare una domanda che riguarda il futuro dei nostri spazi urbani.

Ci sono cose che una città può ricostruire in pochi mesi. Una pavimentazione, una piazza, un marciapiede, persino un pezzo di strada. E poi ci sono cose che hanno bisogno di tempo. Moltissimo tempo. Un albero appartiene a questa seconda categoria. Può essere piantato in un giorno, ma per diventare davvero parte di una città possono servire dieci, venti, trenta, quarant’anni. A volte anche di più. Nel frattempo cresce, allarga la chioma, costruisce ombra, modifica il microclima di una strada, assorbe una parte degli inquinanti, offre rifugio alla biodiversità e, soprattutto, diventa qualcosa che non è più soltanto una pianta: diventa paesaggio, memoria, identità.

È questo il punto dal quale bisognerebbe ripartire ogni volta che a Molfetta viene abbattuto un albero. Non per sostenere che ogni albero debba essere conservato a qualsiasi costo. Sarebbe una posizione semplicistica e, soprattutto, irresponsabile.

Se una pianta è malata, compromessa o rappresenta un pericolo, la sicurezza delle persone viene prima di tutto. Ma proprio perché l’abbattimento può essere necessario, dovrebbe essere ancora più importante capire quale patrimonio stiamo perdendo e quale idea di città intendiamo costruire dopo quel taglio. Perché un albero adulto non si sostituisce semplicemente piantando un alberello al suo posto. Si sostituisce, forse, nel bilancio delle piantumazioni. Ma non nell’ombra. Non nella capacità di mitigare il calore. Non nella presenza fisica che aveva raggiunto dopo decenni. Non nella memoria di chi era abituato a passare sotto quella chioma.

È una differenza tutt’altro che teorica in una città come Molfetta, dove il cemento e l’asfalto hanno progressivamente conquistato una parte importante dello spazio urbano e dove le estati sembrano porre ogni anno con maggiore forza il problema della vivibilità degli spazi aperti.

D’estate basta attraversare una strada esposta al sole per comprendere quanto possa cambiare la percezione di uno stesso luogo. Un marciapiede ombreggiato e uno completamente esposto non sono la stessa cosa. Una piazza con alberi adulti e una piazza prevalentemente pavimentata non offrono la stessa esperienza. E non è soltanto una questione estetica. Il verde urbano è una componente dell’infrastruttura della città. Per questo la domanda non può essere soltanto: perché quell’albero è stato abbattuto?

La domanda dovrebbe essere anche: quanti alberi adulti stiamo perdendo, perché li stiamo perdendo e quale patrimonio verde vogliamo costruire nei prossimi decenni? Sono domande diverse, ma strettamente collegate.

Negli ultimi anni abbiamo già raccontato situazioni nelle quali l’abbattimento di alberature ha suscitato discussioni, proteste, raccolte di firme e interrogativi sulla manutenzione. Abbiamo raccontato anche il caso dei pini di via Don Minzoni e, più recentemente, gli alberi abbattuti in via Rosaria Scardigno all’angolo con via Santa Maria Domenica Mazzarello.

Ogni vicenda ha le proprie caratteristiche e non sarebbe corretto sovrapporle automaticamente. Ma proprio l’accumularsi di episodi diversi dovrebbe suggerire una riflessione più generale. Se un albero arriva alla fine della propria vita urbana perché è diventato pericoloso, dobbiamo chiederci se quella condizione fosse inevitabile oppure se una manutenzione diversa, effettuata negli anni precedenti, avrebbe potuto prolungarne la vita. Perché anche la mancata manutenzione produce conseguenze.

Potare, monitorare, valutare la stabilità, curare il terreno, garantire acqua quando necessario, intervenire sulle patologie: tutto questo ha un costo. Ma anche arrivare, dopo decenni, alla necessità di abbattere una pianta che avrebbe potuto essere mantenuta più a lungo ha un costo. Solo che questo secondo costo è meno visibile perché non compare immediatamente in una voce di bilancio. È il costo di una città che perde ombra. E qui arriviamo a un’altra questione: cosa accade dopo l’abbattimento? È sufficiente dire che verrà piantato un nuovo albero? Forse no. Bisognerebbe sapere quale specie verrà scelta, in quale terreno, con quale spazio per le radici, con quale sistema di irrigazione, con quale programma di manutenzione e con quale prospettiva di crescita. Perché piantare un albero e permettergli di sopravvivere sono due cose completamente diverse.

Abbiamo già scritto che un albero piantato male può diventare soltanto un rinvio dell’abbattimento. E questo dovrebbe essere uno dei principi di qualunque politica seria del verde: non contare soltanto gli alberi piantati, ma anche quelli che arrivano a maturità. Perché è facile comunicare una nuova piantumazione. Molto più difficile è costruire oggi una città nella quale, fra trent’anni, quegli alberi siano ancora lì, grandi, sani e capaci di svolgere la funzione per cui sono stati piantati.

C’è poi il rapporto con il cemento. Anche qui sarebbe troppo facile trasformare la discussione in una contrapposizione tra alberi e opere pubbliche. Una città ha bisogno di marciapiedi, strade, servizi, parcheggi, infrastrutture e spazi accessibili. Il problema non è costruire. Il problema è decidere quale spazio debba avere il verde dentro la progettazione urbana. Per troppo tempo, almeno in molte trasformazioni urbane, il verde è sembrato qualcosa da collocare negli spazi rimasti disponibili dopo avere deciso tutto il resto. Forse dovrebbe accadere il contrario.

Quando si progetta una strada, una piazza o una riqualificazione, bisognerebbe progettare contemporaneamente anche l’ombra che quello spazio avrà tra venti o trent’anni. È questo il senso della riforestazione urbana di cui abbiamo già parlato. Non significa trasformare Molfetta in una foresta. Significa riconoscere che una città fortemente urbanizzata ha bisogno di compensare, dove possibile, ciò che ha perso. E che il verde non può essere considerato un elemento ornamentale da aggiungere quando il progetto è già stato deciso.

Serve una strategia. Serve sapere quanti alberi abbiamo, dove sono, in quali condizioni si trovano, quali viali e quali quartieri hanno maggiore necessità di ombra, quali spazi possono essere restituiti alla permeabilità del terreno e quali nuove piantumazioni possono realmente crescere. Serve soprattutto continuità. Perché il verde urbano non produce risultati nei tempi della politica, della comunicazione o dell’inaugurazione. Un albero non può essere accelerato perché c’è una scadenza. Cresce secondo il proprio tempo. Ed è proprio questo che lo rende una delle poche opere pubbliche che chiedono alla politica di pensare molto più lontano del proprio mandato.

Chi pianta oggi un grande albero probabilmente non sarà lì quando quella pianta avrà raggiunto la sua piena maturità. Ma qualcuno ci sarà. Qualcuno camminerà sotto quella chioma. Qualcuno troverà ombra in una giornata d’estate. Qualcuno, forse, non saprà nemmeno chi lo abbia piantato. È questo il senso più profondo del verde urbano: fare qualcosa per una città che non appartiene soltanto a chi la amministra oggi.

E allora ogni abbattimento dovrebbe diventare anche un’occasione per guardare oltre il buco lasciato nel terreno. Non soltanto: perché è stato tagliato? Ma anche: cosa crescerà qui? E soprattutto: che città vogliamo che trovi chi passerà da questa stessa strada fra trent’anni? Perché il problema non è soltanto quanti alberi Molfetta perderà quest’anno. Il vero problema è capire se stiamo ancora piantando abbastanza futuro per compensare ciò che stiamo perdendo oggi. Gli alberi che abbiamo ereditato sono stati piantati da persone che non potevano sapere quale città avrebbero trovato le generazioni successive.

Adesso tocca a noi decidere che cosa lasceremo.

Gli alberi abbattuti in via Rosaria Scardigno, all’angolo con via Santa Maria Domenica Mazzarello. Foto di Mariangela Azzollini.
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