Molfetta romana: storia dell’antica civitas, autonoma e repubblicana


Resti di templi pagani esistevano ancora all’epoca dello storico Filiberto Minervini, che ne fece menzione in un’opera scritta intorno al 1251.
Vetera Romanorum itineraria, sive Antonini Augusti itinerarium, cum integris … Di Antoninus Augustus, Josias Simmler, Jerónimo Zurita

Intorno al VII secolo a.C. iniziò la migrazione di colonie greche verso i territori costieri dell’Italia meridionale. L’ipotesi oggi più accreditata è che la città di Molfetta sia stata fondata intorno al IV secolo a.C. da una delle colonie provenienti dall’Illiria, che nel tempo si fuse con la popolazione indigena. Tale tesi è avvalorata dal rinvenimento di resti di templi dorici, ancora esistenti all’epoca dello storico Filiberto Minervini, che li menzionò in un’opera scritta intorno al 1251, ritrovata da un suo discendente nel 1805.

Anche Molfetta subì l’influsso ellenistico e sorsero diversi templi. L’insediamento greco, divenuto poi importante e appetibile, come tutte le colonie della zona, fu successivamente assoggettato dai Romani con l’espansione dell’Impero.

La prima indicazione dell’esistenza di un villaggio tra Turenum (Trani) e Natiolum (Giovinazzo) è piuttosto tarda e si ritrova nell’Itinerarium Provinciarum Antonini Augusti, o semplicemente Itinerarium Antonini, il registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste lungo le strade dell’Impero Romano. L’Itinerarium Antonini fa parte della categoria che Vegezio chiama itineraria adnotata, ovvero semplici elenchi di tappe, distanze, luoghi di sosta (mansiones) e stazioni per il cambio dei cavalli, con le indicazioni delle direzioni da seguire, tramandati in forma di libro.

La redazione attuale del testo, oggi custodita a Roma presso la Biblioteca di Palazzo Venezia, viene datata al periodo di Diocleziano (fine III – inizio IV secolo), mentre l’originale risalirebbe all’inizio del III secolo, secondo alcuni studiosi. L’ipotesi, tuttavia, è controversa: il documento potrebbe rappresentare il piano di un viaggio compiuto dall’imperatore Caracalla (211–217 e.v.), da cui prenderebbe il nome, non contenendo alcun riferimento a costruzioni o modifiche stradali posteriori a quell’epoca.

In una copia manoscritta conservata a Vienna, esso è allegato alla Cosmografia di Iulius Honorius, consigliata da Cassiodoro, letterato cristiano del VI secolo, ai monaci per una formazione geografica completa a fini dello studio delle Sacre Scritture. Tuttavia, non è chiaro in quale periodo le due opere fossero effettivamente associate; l’autore del manoscritto si può quindi considerare anonimo. Si ritiene comunque che il lavoro possa essere basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano.

L’Itinerarium descrive 256 percorsi stradali dell’Impero Romano, partendo da Tingis (Tangeri) in Mauretania, passando per Cartagine e Leptis Magna, per poi attraversare Sardegna, Corsica, Sicilia, Italia e le province dell’impero fino alla Britannia. Milano costituisce un nodo centrale, mentre molti percorsi interessano l’attuale territorio svizzero. Ogni percorso è strutturato indicando: località di partenza e arrivo, distanza totale, tappe intermedie e distanze tra le tappe. Il quadro risultante è piuttosto esaustivo.

Nell’Apulia Peucezia, a sud di Trani, indicata con il toponimo Turrenum, si trova Molfetta, nota con il nome Respa, a poca distanza da Giovinazzo, denominata Natiolum. Risalendo dal fiume Ofanto, la successione delle città segue, da nord verso sud: Aufidus, Bardulos, Turrenum, Respa, Natiolum e Barium.

Si ipotizza che il centro abitato romano si sia spostato verso il mare, precisamente sulla penisola di Sant’Andrea, oggi sede di Molfetta Vecchia. Si ritiene che originariamente fosse un’isola circondata dal mare a ponente, settentrione e levante, separata a mezzogiorno dalla terraferma tramite un canale. Questa penisola, lunga circa 300 metri e larga al massimo 200, è costituita da una scogliera calcarea quasi a livello del mare.

Riferimento all’antica “Respa”. Vetera Romanorum itineraria, sive Antonini Augusti itinerarium, cum integris … Di Antoninus Augustus

All’epoca dello sbarco delle colonie romane si presume l’esistenza di almeno tre templi pagani sulla penisola di Sant’Andrea e di altri tre templi dedicati a divinità campestri nelle vicine campagne. Intorno ai templi sorsero i primi insediamenti abitativi, serviti da due tracciati viari principali: la via consolare, parallela alla costa, e la strada interna, perpendicolare alla prima, che collegava Ruvo al mare. La penisola di Sant’Andrea e la costa rientrante di ponente, in zona “Cala S. Giacomo”, costituirono il porto naturale di Ruvo.

L’antico tracciato greco-romano, costituito da architetture templari, fu sovrapposto in epoca paleocristiana da edifici di culto cristiani. Il templum Cereris, situato dove oggi sorge via Piazza n. 5, fu trasformato nella chiesa di San Salvatore, della quale rimane solo il nome della strada adiacente. Il tempio dedicato al divo Nettuno (Poseidone per i Greci), vicino al mare, fu trasformato nella chiesa di Sancta Maria Episcopii e, a partire dal basso Medioevo, nella fabbrica del Duomo di San Corrado di Baviera, patrono della città e della diocesi.

In epoca romana, Molfetta era una civitas, cioè una città autonoma e repubblicana. Secondo alcuni studiosi, sotto l’egemonia romana la città si sarebbe chiamata Res-pa dalla contrazione di Res Publica; secondo altri, il nome Respa indicava più la forma di governo autonoma e repubblicana. L’etimologia è stata interpretata anche come duplice: res-publica o res-pax, ossia “patria pacifica”.

Resta da chiarire la trasformazione da Respa a Molfetta. Il Rubensi afferma che, quando l’imperatore Costantino trasferì la sede del suo impero in Oriente, due navi naufraghe della sua flotta approdarono sugli scogli della Dalmazia. Non volendo stanziarsi lì per l’asprezza dei luoghi, virarono verso l’Italia e approdarono a Respa, che apparve loro “bella, ridente e cara”, chiamandola Mel-fatta (“dolce come il miele”). Giuseppe Maria Giovene aggiunge che molti abitanti di Ragusa e Sebenico, uniti alla colonia romana approdata in Dalmazia, seguirono il viaggio a Respa e le attribuirono il nome di Melfia o Melfatta, dalla città di Malfa presso Ragusa, loro antica patria; quelli di Sebenico denominarono una strada “Scebenico” per ricordare la loro origine.

La dominazione romana è testimoniata anche dall’arme identica a quella di Roma e dal nome autentico di Via Piazza, detta “dei Romani”.

Nel 1582, il tipografo Aldo Manuzio di Venezia richiese ai sindaci e decurioni di Molfetta una pianta topografica e notizie sulle origini della città. L’incarico fu conferito al patrizio Matteo Giuseppe Marinelli, noto per studi cartografici. La relazione, tuttavia, non giunse mai al destinatario. Solo un fortuito ritrovamento del manoscritto presso l’archivio dell’avvocato tranese Lorenzo Festa Campanile permise allo storico Francesco Lombardi di redigere nel 1703 una versione dal titolo Notizie Istoriche della città e Vescovi di Molfetta, considerata la fonte più attendibile sulla costituzione della città del Nord barese.

La città sorge sulla penisola nota sin dall’alto Medioevo come Isola di Sant’Andrea, chiamata così per la presenza di una chiesa dedicata all’apostolo. Originariamente era un vero e proprio appezzamento insulare, separato dalla terraferma da un canale poi insabbiatosi, il cui tracciato coincide con l’attuale Corso Dante (già via Borgo).

G.B. Pacichelli, Molfetta nel 1703.

Nei Registri della Cancelleria Vaticana, il vescovo di Molfetta è citato come Episcopus Chahelfetanus, toponimo interpretato come fusione di Ceres, dea romana delle messi, e fetum, a indicare la fertilità del territorio. Analoghe etimologie si riscontrano nei nomi di Melfi e Amalfi, confermando legami storici e commerciali sin dal VI secolo d.C., anche con la Repubblica di Ragusa e Sebenico.

La toponomastica del centro antico testimonia questi legami: Istrada Majora (ora Via Piazza) era la “via de’ Romani”, poi detta “via degl’Amalfitani”, lungo cui si trova la chiesa dedicata a Sant’Andrea, patrono di Amalfi, che custodisce la cassa reliquiaria traslata nel 1208. La via de’ Ragusei testimonia la presenza di un nucleo di dalmati, mentre i Maltesi avevano la via de’ Cavalieri con la chiesa dedicata a San Nicola, ricordando la preesistente colonia greca.

All’abate Giovan Battista Pacichelli si deve la rappresentazione topografica di Molfetta nel 1703, secondo lo schema della prospettiva a volo d’uccello. La civitas era ancora racchiusa dalle mura del promontorio di Sant’Andrea; a ovest si trova un’insenatura minore con la testa del promontorio e il Duomo corradiano. Il primo nucleo urbano era non ancora densamente edificato, mentre il canale originario che separava l’isola dalla terraferma corrisponde all’attuale Corso Dante.

All’interno della città intra muros si sviluppò una cittadella episcopale autonoma, comprendente la cattedrale corradiana (disabilitata nel Settecento), il palazzo del vescovo e il primo seminario diocesano, da cui deriva la Banchina Seminario. L’isola di Sant’Andrea conserva una rara planimetria urbanistica “a spina di pesce”. Il quartiere Camere Nuove era costituito da cavità rupestri lungo il litorale, usate come cappelle votive e cimiteri comunitari, da cui deriva il toponimo via Catecombe. Tra i primi santi venerati si annoverano Lucia, Basilide, Erasmo e Basilio. Alcune testimonianze sono ancora visibili presso proprietà private sovrastanti complessi palatini.

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Le testimonianze rupestri delle Camere Nuove, insieme alla stratificazione templare e cultuale della penisola di Sant’Andrea, restituiscono l’immagine di una città che, sin dalle origini, ha costruito la propria identità attraverso sovrapposizioni religiose, politiche e culturali. Il passaggio dal paganesimo al cristianesimo non fu una frattura improvvisa, bensì un processo graduale di riuso simbolico e architettonico degli spazi sacri, secondo una prassi diffusa in tutto il Mediterraneo tardoantico.

La configurazione urbana “a spina di pesce”, ancora oggi leggibile nel tessuto viario del centro antico, testimonia una pianificazione non casuale, coerente con modelli insediativi di matrice greco-romana. Le strade longitudinali, parallele alla costa, si intersecavano con brevi assi trasversali che conducevano verso il mare, organizzando lo spazio secondo una logica funzionale alla vita portuale e commerciale. Tale assetto conferma la vocazione marittima della civitas, che già in epoca romana doveva svolgere un ruolo di raccordo tra l’entroterra peuceta e le rotte adriatiche.

La dimensione portuale rappresentò infatti un elemento costitutivo dell’identità molfettese. La naturale insenatura di ponente e la protezione offerta dal promontorio di Sant’Andrea favorirono l’approdo di navi e traffici, inserendo la città nei circuiti commerciali dell’Adriatico. Non è casuale che nei secoli successivi Molfetta abbia intrattenuto rapporti con le principali realtà marinare del tempo, ereditando e sviluppando una tradizione che affonda le radici nell’età romana.

L’idea di una Molfetta quale civitas autonoma e repubblicana trova fondamento non solo nelle interpretazioni etimologiche di Respa, ma anche nella persistenza di istituzioni civiche locali e nella forte coscienza identitaria che traspare dalle fonti. Pur inserita nell’orbita dell’Impero, la comunità mantenne una propria fisionomia amministrativa e culturale, come avveniva per molte città dell’Italia meridionale romanizzata.

Nel corso dei secoli, il nome mutò, l’assetto urbano si trasformò, le mura si ampliarono e poi scomparvero, il canale che separava l’isola dalla terraferma si insabbiò fino a diventare l’attuale Corso Dante. Tuttavia, sotto la trama degli edifici medievali e moderni, permane l’impronta dell’antica città romana: nei toponimi, nella disposizione delle strade, nelle memorie archivistiche, nelle tradizioni orali.

La storia di Molfetta romana non è dunque soltanto una ricostruzione erudita basata su fonti letterarie e cartografiche; è una stratificazione ancora visibile, un dialogo continuo tra passato e presente. La penisola di Sant’Andrea, cuore originario della città, resta il luogo simbolico in cui si intrecciano mito e documento, leggenda e dato storico, culto pagano e devozione cristiana.

In questa prospettiva, la civitas molfettese appare come una realtà dinamica, capace di trasformarsi senza perdere la propria identità. Dalla probabile fondazione greca alla romanizzazione, dalla tradizione repubblicana all’età cristiana, fino alle alleanze marittime medievali, Molfetta si configura come un crocevia di culture affacciato sull’Adriatico.

E proprio in questa continuità storica — nella capacità di integrare influssi esterni senza dissolversi — risiede il tratto distintivo della sua più antica memoria: quella di una città nata sul mare, cresciuta tra templi e mura, e divenuta nel tempo erede consapevole della propria antica civitas.

Molfetta al tempo dell’Impero Romano, secondo l’IA.

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