Prima del cimitero esisteva una diversa geografia della morte: carnarie, fosse, cripte, cappelle gentilizie e sepolcreti delle confraternite. C’erano gli spazi destinati agli affiliati, le tombe delle famiglie e, accanto a tutto questo, l’opera delle confraternite che provvedevano anche alla sepoltura dei poveri. La storia delle sepolture diventa così anche una storia sociale della città.

Ci sono domande che sembrano semplici soltanto perché abbiamo dimenticato quanto fosse diversa la città di un tempo. Una di queste è: dove venivano sepolti i molfettesi prima che esistesse il cimitero?
Oggi siamo abituati a pensare al cimitero comunale come al luogo naturale e quasi ovvio nel quale accompagnare i nostri morti. Un luogo separato dalla città, organizzato in campi di inumazione, tombe, cappelle gentilizie, loculi e ossari. Un luogo che, a sua volta, racconta la storia della Molfetta degli ultimi due secoli. Ma il cimitero, così come lo conosciamo, è relativamente recente.
Prima della sua costruzione, la morte aveva un’altra geografia. I morti non venivano necessariamente accompagnati fuori dalla città: potevano essere sepolti nelle chiese, nelle cripte, nelle fosse comuni, nei conventi e in luoghi specificamente destinati alle inumazioni. E il luogo nel quale una persona veniva sepolta poteva dipendere dalla sua condizione sociale, dall’appartenenza a una confraternita, dalla disponibilità economica, dal patronato di una famiglia o semplicemente dalla possibilità di essere accolta in una determinata sepoltura. A Molfetta questa storia è ancora leggibile, se si sa dove cercare.
Prima del cimitero: la città dei vivi e quella dei morti
La documentazione dell’Arciconfraternita della Morte offre un punto di partenza prezioso. Nel Medioevo, riferisce la stessa confraternita nella propria ricostruzione storica, le sepolture erano affidate all’autorità del vescovo e alle comunità monastiche e avvenivano in luoghi precisi. Esisteva anche una “carnaria”, cioè una fossa comune destinata alle inumazioni indistinte, collocata fuori dalle mura della città, in un terreno di proprietà dell’Episcopio. Quella zona è particolarmente significativa perché si trovava attorno a un antico sepolcro legato alla tradizione dei dodici pellegrini martiri e sarebbe diventata, nel XII secolo, l’area del santuario di Santa Maria dei Martiri.
Un documento del marzo 1162 attesta infatti la fondazione del santuario cimiteriale extra moenia dedicato alla Vergine Maria e ai pellegrini “martiri di Cristo”. La Diocesi ricorda come il santuario, sorto a circa due miglia dalla città, fosse anche collegato all’accoglienza dei pellegrini attraverso un ospedale e si inserisse lungo la direttrice che univa la costa pugliese ai grandi luoghi della cristianità. È una storia che ci porta molto lontano dall’immagine moderna del cimitero.
La morte, allora, non era necessariamente separata fisicamente dalla vita urbana come accade oggi. Il mondo dei vivi e quello dei morti convivevano nello stesso spazio religioso e sociale. Le chiese erano luoghi di culto, ma potevano essere anche luoghi di sepoltura. Le confraternite avevano altari, cappelle e spazi propri. I conventi erano parte della geografia funeraria della città. Le famiglie più importanti potevano ottenere diritti di patronato e legare il proprio nome a una cappella e al luogo nel quale sarebbero stati sepolti i propri componenti. La documentazione molfettese consente di ricostruire questa realtà con una precisione sorprendente.
Le chiese erano anche luoghi di sepoltura
Una visita pastorale del vescovo Giovanni Antonio Bovio, all’inizio del Seicento, restituisce alcune immagini particolarmente significative. Nel 1608 il vescovo pregò sulle sepolture dei sacerdoti e dei chierici nell’antico Duomo; nel 1613 si fermò invece presso il sepolcro delle monache di San Pietro e quello del Monte di Pietà. Non erano episodi isolati. Le fonti ricordano come per le sepolture fossero particolarmente utilizzate le chiese degli ordini mendicanti e quelle legate alle confraternite: la Cattedrale, San Domenico, Sant’Andrea, la Santissima Trinità, Santo Stefano e altri luoghi di culto costituivano una vera rete funeraria cittadina. In altre parole, prima del cimitero esisteva una pluralità di luoghi di sepoltura. Ed è proprio questa pluralità che oggi rischiamo di non vedere più.
Quando entriamo in una chiesa antica e osserviamo un altare, una cappella, una lapide o un’iscrizione sul pavimento, non sempre ci rendiamo conto che quel luogo poteva essere anche un sepolcro. A San Bernardino questa storia è rimasta particolarmente evidente.

San Bernardino: sotto il pavimento una città di morti
La chiesa di San Bernardino da Siena costituisce forse uno dei documenti più interessanti per comprendere come funzionasse questo sistema. Secondo la documentazione della parrocchia, lungo tutto il perimetro della chiesa, sia nella navata centrale sia nelle due navate laterali, furono realizzate fin dall’origine fosse sepolcrali sotterranee. La più antica oggi documentata risale al 1495. Le fosse delle navate laterali erano legate a diversi diritti di patronato. Nella navata centrale, invece, esisteva una grande carnaia, nella quale furono inumati morti per almeno quattro secoli, fino al 1848. Quattro secoli. Questa sola cifra restituisce la profondità della storia che stiamo cercando.
Sotto il pavimento di una chiesa dove generazioni di molfettesi hanno pregato esisteva un mondo funerario fatto di casse, fosse, sepolcreti e memoria familiare.
Le casse venivano collocate le une sulle altre; su alcune erano indicati nome, cognome e anno della morte. Per i defunti di maggiore rilievo venivano invece realizzate lapidi con iscrizioni poste sul pavimento delle cappelle. E qui compare con chiarezza una delle caratteristiche più interessanti della Molfetta antica: la sepoltura poteva essere anche uno spazio di memoria sociale.
A San Bernardino le antiche cappelle di patronato appartenevano a famiglie come Lepore, Gadaleta, Passari, Nesta e de Luca, e ancora oggi la chiesa conserva testimonianze di questo sistema. Il Comune descrive proprio l’interno dell’edificio come caratterizzato dalle cappelle di patronato delle antiche famiglie della ricca borghesia molfettese. Non era dunque soltanto una questione di dove venire sepolti. Era anche una questione di chi si era stati in vita.
I nobili e le famiglie: la memoria dentro le cappelle
Prima del cimitero, per le famiglie più facoltose la sepoltura poteva diventare parte integrante della presenza familiare nella chiesa. Il patronato di una cappella consentiva di legare un nome, uno stemma, una memoria e una sepoltura allo spazio sacro. A San Bernardino una lapide della famiglia de Filiqlis, datata 1600, ricorda esplicitamente la costruzione di un sacello destinato alla memoria degli antenati e dei discendenti. Altre iscrizioni documentano le sepolture e i diritti legati alle cappelle. Anche le cappelle Passari e de Luca conservano testimonianze epigrafiche di questo mondo nel quale il confine tra culto, memoria familiare e sepoltura era estremamente sottile.
La chiesa diventava così anche una sorta di memoriale familiare. Il nome della famiglia rimaneva legato all’altare, alla cappella, alla lapide e alla preghiera dei vivi. E mentre alcune famiglie potevano costruire e mantenere un proprio spazio funerario, esisteva un’altra realtà, molto diversa. Quella dei morti senza mezzi.
Il Sacco Nero: quando la morte riguardava anche i poveri
È qui che entra in scena una delle istituzioni più singolari della storia molfettese: l’Arciconfraternita della Morte dal Sacco Nero. La sua fondazione risale al 26 aprile 1613. La documentazione dell’Arciconfraternita racconta che un gruppo di trentotto uomini diede vita al sodalizio con uno scopo preciso: assicurare la sepoltura dei poveri. Il vescovo Giovanni Antonio Bovio sostenne la nuova confraternita e nel novembre dello stesso anno ne attestò formalmente il consenso, mentre nel 1614 arrivò l’aggregazione all’Arciconfraternita romana di Santa Maria dell’Orazione e Morte.
Fu proprio attraverso questa aggregazione che i confratelli adottarono il caratteristico sacco nero, con l’immagine della morte sulla spalla. Il fine originario è espresso con grande chiarezza dalle fonti: la sepoltura dei poveri. Non è un dettaglio marginale. Significa che nella Molfetta del Seicento esisteva una vera e propria esigenza sociale legata alla morte di chi non disponeva delle risorse necessarie per una sepoltura. La morte poteva essere dunque anche l’ultimo momento nel quale la povertà diventava visibile. E la confraternita cercava di intervenire proprio lì. La sua funzione non era soltanto religiosa: comprendeva una forma concreta di assistenza, attraverso il suffragio e la sepoltura cristiana dei più poveri.
La documentazione della stessa Arciconfraternita ricorda inoltre l’impegno dei confratelli nella ricerca delle elemosine. È una pagina della storia molfettese che merita di essere riletta al di là della tradizione della Settimana Santa e delle processioni che oggi associamo immediatamente al Sacco Nero. Prima delle processioni c’era una necessità molto concreta: dare una sepoltura a chi non poteva permettersela.

La Chiesa della Morte: il luogo più enigmatico
Ed eccoci alla Chiesa della Morte, oggi conosciuta anche come Santa Maria del Pianto. È uno dei luoghi che più di ogni altro sembra conservare fisicamente la memoria di questa antica relazione tra Molfetta e i suoi morti. La chiesa apparteneva originariamente alle suore Cistercensi e portava il titolo di Santa Maria del Principe. Nel 1614 passò all’Arciconfraternita della Morte e nel 1618 fu rifatta e riaperta al culto con il nome di Chiesa della Morte.
La documentazione turistica del Comune descrive al suo interno un sistema di camere sotterranee utilizzate per la decomposizione dei corpi e specifica che l’ultima camera aveva un collegamento diretto con il mare. È probabilmente uno dei particolari più inquietanti e affascinanti di questa storia. Ma proprio perché vogliamo ricercare ciò che sta sotto la superficie delle cose, conviene raccontarlo attenendoci ai documenti, distinguendo ciò che è documentato da ciò che appartiene alla tradizione o non può essere dimostrato con certezza. Anche in questo caso, le fonti vengono prima del racconto.
La tradizione popolare ha raccontato questo collegamento con il mare in forme ancora più crude, parlando dei corpi fatti scivolare in acqua. Alcune ricostruzioni locali riprendono proprio questa interpretazione. La fonte istituzionale, invece, parla più prudentemente di una camera destinata alla decomposizione e collegata direttamente al mare. Ed è questa la formulazione che scegliamo. Perché una storia è ancora più interessante quando sappiamo distinguere ciò che i documenti attestano da ciò che la memoria popolare ha tramandato.
Una città nella quale i morti restavano accanto ai vivi
Quello che emerge, mettendo insieme queste testimonianze, è un’immagine di Molfetta profondamente diversa da quella attuale. Per secoli i morti rimasero dentro la città dei vivi. Erano nelle chiese, sotto i pavimenti, nelle cripte, nelle carnarie, nei conventi e negli spazi legati alle confraternite. I vivi pregavano sopra di loro. Camminavano sopra le loro tombe. Celebravano le messe accanto alle lapidi. Entravano nelle cappelle nelle quali erano stati sepolti i propri antenati. E questo non era percepito necessariamente come qualcosa di straordinario: apparteneva alla cultura religiosa e funeraria europea di quei secoli.
Lo stesso processo di trasformazione sarebbe avvenuto lentamente anche altrove, fino alla svolta rappresentata dalle nuove concezioni igieniche e urbanistiche tra Settecento e Ottocento.
L’Editto di Saint-Cloud, emanato da Napoleone nel 1804 e recepito nel Regno d’Italia napoleonico nel 1806, rappresentò una frattura fondamentale rispetto alla tradizione delle sepolture all’interno degli abitati. La nuova concezione imponeva cimiteri posti fuori dai centri abitati e introduceva regole più uniformi sulle sepolture. Gli studi sulla storia del cimitero moderno sottolineano proprio questa separazione progressiva tra lo spazio dei vivi e quello dei morti. Ma a Molfetta il passaggio non fu istantaneo.
Dal mondo delle cripte al cimitero
Una testimonianza relativa alla Confraternita dell’Assunta indica che ancora il 15 giugno 1848 i suoi defunti venivano sepolti nella cripta della chiesa di San Gennaro. La stessa fonte ricorda che, dopo l’Editto di Saint-Cloud, nel 1842 l’amministrazione civica aveva completato l’edificazione del cosiddetto cimitero antico. È un dato particolarmente interessante perché ci impedisce di raccontare la nascita del cimitero come una cesura immediata. Il nuovo spazio cimiteriale esisteva, ma le antiche pratiche di sepoltura non scomparvero dall’oggi al domani. La stessa San Bernardino documenta inumazioni nella carnaia fino al 1848.
Il 1848 diventa così una data che ritorna più volte nella nostra ricostruzione. È come se in quell’anno si chiudesse definitivamente, almeno per le grandi sepolture ecclesiastiche documentate, una fase durata secoli. La morte cominciava a uscire dalle chiese. E iniziava a prendere forma quella nuova città dei morti che oggi chiamiamo semplicemente cimitero.

Il cimitero come nuova città
Il cimitero moderno non fu soltanto un luogo nel quale portare i morti fuori dalle mura. Con il tempo divenne una vera e propria città parallela.
La documentazione urbanistica del Comune definisce l’attuale area storica del cimitero come il primo nucleo cimiteriale della città, con la zona monumentale, i campi di inumazione e i viali fiancheggiati da cappelle gentilizie di epoca novecentesca.
In qualche modo, la storia si ripete. Le famiglie che un tempo avevano cappelle e sepolcreti all’interno delle chiese finirono per trasferire la propria memoria funeraria nel nuovo spazio cimiteriale. La cappella gentilizia cambiò luogo, ma non funzione. Prima era accanto all’altare. Poi sarebbe diventata parte del paesaggio del cimitero. Prima il nome della famiglia era scolpito nel pavimento della chiesa. Poi sarebbe stato inciso nel marmo di una cappella. Prima gli antenati erano sotto la chiesa nella quale la famiglia pregava. Poi sarebbero stati raccolti nella città dei morti costruita fuori dall’abitato.
La morte uguale per tutti, la sepoltura non sempre
Ed è forse qui che questa storia smette di essere soltanto una curiosità storica. Perché ricostruire i luoghi nei quali venivano sepolti i molfettesi significa anche ricostruire una parte della società molfettese. C’erano i sacerdoti e i religiosi. C’erano le confraternite. C’erano i poveri affidati alla carità del Sacco Nero. C’erano le carnarie e le fosse comuni. E c’erano le famiglie che potevano disporre di cappelle, altari e diritti di patronato.
Non possiamo quindi parlare di un unico modo di morire e di essere sepolti. La morte poteva essere la stessa. La sepoltura raccontava invece chi eri stato, a quale comunità appartenevi, quali risorse avevi e quale memoria potevi lasciare dietro di te. Ed è forse questo il vero motivo per cui vale la pena tornare a cercare i cimiteri prima del cimitero. Non soltanto per sapere dove siano finiti i nostri morti. Ma per capire come vivevano i vivi.

Le tracce che sono rimaste
Molte di quelle sepolture oggi non sono più visibili. I pavimenti delle chiese sono stati rifatti. Le lapidi sono state spostate. Alcune iscrizioni sono state murate sulle pareti, altre collocate nei corridoi dei chiostri, altre ancora sono scomparse. A San Bernardino, per esempio, la stessa documentazione parrocchiale segnala che numerose lapidi furono divelte durante i lavori degli anni Settanta e Ottanta e ricollocate in posizioni diverse, talvolta sulle colonne, sulle pareti o nel corridoio del chiostro.
Quello che vediamo oggi, dunque, è soltanto una parte della storia. Il resto è sotto i nostri piedi, dietro una parete, in una lapide fuori posto, in un’iscrizione latina, in una vecchia platea confraternale, in un documento dell’Archivio Diocesano oppure in una memoria tramandata dagli anziani. È una storia che non si trova tutta in un solo libro. Bisogna ricomporla. Ed è proprio questo che rende la ricerca affascinante.
Dove riposavano i morti prima del cimitero
Forse, allora, la domanda iniziale va posta ancora una volta: dove venivano sepolti i molfettesi prima del cimitero? La risposta non conduce a un solo luogo, ma a una vera e propria geografia della morte: la carnaria fuori dalle mura, le chiese, le cripte, le fosse comuni, le cappelle delle famiglie, i sepolcreti delle confraternite e luoghi particolari come la Chiesa della Morte. E poi San Bernardino, il Duomo, San Pietro, Santo Stefano, San Gennaro, Santa Maria dei Martiri e altri luoghi che probabilmente attendono ancora di essere individuati, studiati e documentati.
Quella che abbiamo davanti è dunque una vera e propria geografia della morte, cancellata in gran parte dalla trasformazione della città ma ancora leggibile attraverso le tracce che sono sopravvissute.
Il cimitero moderno non ha inventato il rapporto di Molfetta con i propri morti. Lo ha semplicemente spostato. Dalle chiese alle mura del camposanto. Dalle cripte alle cappelle. Dalle carnarie ai campi di inumazione. Dalla città dei vivi alla città dei morti. E sotto questa Molfetta che conosciamo oggi, fatta di strade, piazze, chiese e palazzi, continua a esistere una Molfetta invisibile: quella delle persone che ci hanno preceduto e dei luoghi nei quali, per secoli, la città ha custodito i propri morti.
È questa la Molfetta che vogliamo continuare a cercare. Quella che non sempre si vede. Quella che spesso si trova sotto i piedi. Quella che emerge dalle carte, dalle pietre, dalle iscrizioni e dalla memoria.

![]() |
Mephisto: un’altra realtà di Nico LasE se tutto ciò che credi reale fosse solo un’illusione? Mephisto: un’altra realtà è un thriller avvolgente tra complotti e dimensioni parallele, dove nulla è come sembra. |








