Il bollo si paga una volta l’anno, la perdita del potere d’acquisto si sente ogni giorno. Una misura che alleggerisce il conto dell’automobile può essere una buona notizia, ma non risolve il problema di milioni di lavoratori e famiglie: dopo quasi cinque anni, la vera domanda per il Governo Meloni è perché non abbia scelto di incidere con maggiore forza sulla busta paga, sui salari e sul costo della vita.

Diciamolo subito: se dal 2027 milioni di automobilisti potranno non pagare più il bollo sulla propria automobile, è una buona notizia per chi ne beneficerà. Il bollo è una delle tasse più odiate dagli italiani e il Governo Meloni ha deciso di intervenire proprio lì, cancellandolo per le autovetture fino a 80 kW, vale a dire circa 109 cavalli, con il limite di un solo veicolo agevolato per cittadino. La misura, secondo quanto annunciato dal Governo, dovrebbe avere carattere strutturale e costare circa 2,3 miliardi di euro.
Ben venga, dunque. Ma la domanda politica è un’altra. Dopo quasi cinque anni di governo, possibile che il problema degli italiani sia stato individuato nel bollo dell’automobile e non nella busta paga? Perché il punto è proprio questo. Il bollo si paga una volta all’anno. La perdita di potere d’acquisto, invece, si sente ogni giorno: quando arriva la spesa, quando si paga l’affitto o il mutuo, quando arriva la bolletta, quando si fa il pieno, quando si deve mandare un figlio all’università o semplicemente quando si arriva alla fine del mese. E qui la politica dovrebbe interrogarsi.
Il precedente del “bonus Renzi”
Il paragone che in queste ore molti fanno sui social con il cosiddetto “bonus Renzi” va maneggiato con attenzione, ma un elemento è incontestabile: quella misura interveniva direttamente sul reddito disponibile attraverso la busta paga.
Il vecchio bonus Renzi era pari a 80 euro al mese. Dal luglio 2020 è stato trasformato nel trattamento integrativo, che per i beneficiari può arrivare oggi a 1.200 euro annui, cioè 100 euro al mese, secondo le condizioni previste dalla normativa fiscale. La differenza politica è evidente.
Un provvedimento sulla busta paga entra nella vita quotidiana del lavoratore ogni mese. Un’esenzione dal bollo produce invece un risparmio annuale e riguarda soltanto chi possiede un veicolo che rientra nei requisiti previsti. Non è la stessa cosa. E soprattutto non affronta il problema centrale: quanto vale oggi lo stipendio di un italiano rispetto a qualche anno fa?
Il grande assente: il potere d’acquisto
È qui che il Governo Meloni, a nostro avviso, avrebbe dovuto guardare molto più attentamente. Non necessariamente tornando alla vecchia scala mobile, che appartiene a un’altra epoca e che fu definitivamente superata nel 1992. Quel meccanismo aveva l’obiettivo di adeguare automaticamente le retribuzioni alla dinamica dei prezzi, ma fu abbandonato anche perché associato al problema della spirale prezzi-salari. Il problema, però, resta.
Come si protegge oggi il potere d’acquisto dei salari?
Questa è la domanda che dovrebbe stare al centro della politica economica. Perché se lo stipendio nominale cresce ma i prezzi crescono più rapidamente, il lavoratore può ritrovarsi con qualche euro in più in busta paga e, contemporaneamente, con meno capacità di acquistare beni e servizi. Ed è un problema che non riguarda soltanto i redditi più bassi. Riguarda sempre più anche quel ceto medio che per anni ha rappresentato la parte più stabile del Paese e che oggi si trova a fare i conti con una progressiva compressione del proprio tenore di vita.
Il Governo può togliere il bollo. Ma può anche intervenire sul lavoro, sulla fiscalità, sui salari, sui rinnovi contrattuali e sul costo dell’energia. È su questo terreno che si misura una politica economica.
E poi c’è l’Ucraina
C’è poi un’altra questione che divide profondamente l’opinione pubblica italiana: la quantità di risorse destinate al sostegno dell’Ucraina e la scelta politica del Governo di mantenere una linea fortemente favorevole a Kyiv. Qui, però, servono numeri corretti. Non sono 30 miliardi di euro quelli spesi direttamente dall’Italia. Secondo i dati richiamati in Parlamento dal Kiel Institute, al 31 dicembre 2024 gli aiuti bilaterali italiani all’Ucraina ammontavano a 2,26 miliardi di euro, cui si aggiungevano 6,76 miliardi di contributi italiani agli aiuti erogati direttamente dall’Unione europea.
I 30 miliardi citati in queste ore riguardano invece la componente di sostegno economico del nuovo prestito europeo da 90 miliardi previsto per l’Ucraina nel 2026-2027. La critica politica, quindi, può essere forte senza bisogno di gonfiare le cifre. La domanda è semplice: quanto può e quanto deve spendere l’Italia per sostenere l’Ucraina mentre una parte crescente degli italiani chiede alla politica di occuparsi prima di tutto del proprio potere d’acquisto?
È una domanda legittima. E merita una risposta politica, non uno slogan. Anche perché sul fronte energetico la questione non è affatto chiusa. L’Unione europea ha deciso un percorso per eliminare gradualmente le importazioni di gas e petrolio russi entro la fine del 2027, mentre l’Italia continua a essere fortemente dipendente dalle importazioni energetiche.
Il tema, dunque, non è semplicemente “Russia sì” o “Russia no”. Il tema è quanto costano agli italiani le scelte energetiche, industriali e internazionali del Paese e come queste scelte incidono sulle famiglie.
Il vero test sarà la busta paga
Il bollo può essere abolito. Le accise possono essere ridotte. Una detrazione può essere introdotta. Un bonus può essere annunciato. Ma se alla fine del mese il lavoratore continua a scoprire che con il proprio stipendio compra meno di prima, il problema resta. Ed è proprio qui che la politica rischia di confondere il sollievo fiscale con il recupero del potere d’acquisto. Sono due cose diverse. Il primo può dare un beneficio. Il secondo cambia davvero la condizione economica di una famiglia. E allora la domanda che oggi dovrebbe essere rivolta a Giorgia Meloni non è soltanto perché abbia scelto di cancellare il bollo. La domanda è un’altra: perché in questi anni il Governo non ha messo al centro della propria azione una strategia altrettanto incisiva per restituire potere d’acquisto agli stipendi?
Perché gli italiani possono anche essere contenti di non pagare più il bollo. Ma, prima ancora, vorrebbero tornare a sentirsi un po’ meno poveri quando aprono la busta paga. Ed è probabilmente questa la discussione politica che vale la pena aprire oggi. Non quella sui 100 euro risparmiati una volta all’anno. Quella sui soldi che entrano ogni mese nelle tasche degli italiani.









