A Molfetta anche un semplice tratto di strada può diventare territorio conteso. Basta una sedia, un po’ di ostinazione e la convinzione che quel posto sia “di famiglia”

Ci sono sedie sulle quali ci si siede. E poi ci sono sedie che, a un certo punto della loro esistenza, scoprono di avere una missione. Quella immortalata qualche giorno fa da un nostro lettore appartiene evidentemente alla seconda categoria. È lì, a ridosso del marciapiede, composta, paziente, apparentemente innocua. Non aspetta nessuno. Non sembra abbandonata. Non è stata dimenticata dopo una festa. Presidia. Presidia uno spazio che, a quanto racconta il nostro lettore, qualcuno considera praticamente una proprietà privata. Non c’è un cartello, non ci sono strisce gialle, non c’è un passo carrabile che impedisca la sosta. Ma c’è lei: la sedia. E a Molfetta, si sa, certe volte una sedia può avere più autorità di un segnale stradale.
Il meccanismo è semplice. Se la sedia c’è, il posto è occupato. Se la sedia non c’è e qualcuno parcheggia, cominciano gli sguardi. Se l’automobilista non comprende gli sguardi, arrivano le spiegazioni. Se insiste, pare che la questione possa diventare piuttosto animata.
Il nostro lettore, a corredo della fotografia, raccontava proprio questo curioso rituale quotidiano: la sedia viene sistematicamente collocata lì non per riservare il posto all’automobile del suo proprietario, ma perché, semplicemente, darebbe fastidio al proprietario della sedia vedere un’auto parcheggiata davanti casa. Una concezione decisamente originale dello spazio pubblico. E dire che il parcheggio, quando consentito dalla segnaletica e dalle regole del Codice della strada, non appartiene a chi abita davanti a quel marciapiede. Non è un’estensione del salotto. Non è il prolungamento del balcone. Non è una dependance del soggiorno. È strada. È spazio pubblico. E, soprattutto, non diventa privato perché qualcuno ci mette una sedia.
Ma la fotografia ha avuto un merito straordinario: ha trasformato una piccola disputa quotidiana in una specie di caso nazionale in miniatura. Il post ha raccolto una valanga di commenti e condivisioni, fino a diventare una di quelle storie che cominciano in una strada e finiscono inevitabilmente sui social. E qualcuno, a quanto pare, ci ha visto talmente bene dentro la vicenda da trasformare persino la sedia in una notizia. Del resto, perché stupirsi? Molfetta è una città nella quale abbiamo visto discutere per parcheggi, passi carrabili, marciapiedi, cassonetti, transenne, sedie, vasi, motorini e perfino oggetti di natura difficilmente classificabile.
La fantasia nell’occupazione preventiva dello spazio pubblico non ci è mai mancata. La sedia, però, introduce una variante quasi filosofica. Perché non si limita a occupare. Comunica. Dice all’automobilista: “Qui non parcheggiare”. Senza dirlo. Senza cartello. Senza autorizzazione. Senza particolare bisogno di spiegazioni. Una sorta di segnaletica stradale domestica, realizzata con uno dei più antichi strumenti dell’arredamento italiano.
E allora viene spontaneo chiedersi: se la sedia funziona, perché fermarsi lì? Domani potremmo avere il tavolino. Dopodomani due poltrone. La settimana prossima un divano. E magari, per le giornate particolarmente affollate, una bella parete attrezzata. A quel punto il parcheggio sarebbe definitivamente salvo. O meglio: definitivamente perduto.
Scherzi a parte, la fotografia racconta qualcosa di molto più grande della semplice vicenda di una sedia. Racconta quella curiosa abitudine, tutta italiana e certamente non soltanto molfettese, di considerare lo spazio pubblico come una cosa pubblica quando serve agli altri e privata quando serve a noi. E così una sedia diventa una frontiera. Un marciapiede diventa un confine. Un parcheggio diventa una questione personale. E un automobilista che, semplicemente, cerca un posto dove lasciare la macchina rischia di trovarsi davanti a una trattativa diplomatica. Con tanto di ambasciatore: la sedia. Forse, allora, dovremmo cominciare a rispettarla. Non perché abbia realmente il diritto di riservare quel posto. Ma perché, nel frattempo, è diventata una delle protagoniste più involontariamente comiche della nostra città. E magari un giorno qualcuno potrebbe perfino dedicarle una targa: “Qui sostò una sedia. Per anni credette di essere un passo carrabile”. A Molfetta, in fondo, anche le sedie hanno una loro ambizione. Alcune vogliono soltanto riposare. Altre, invece, vogliono comandare il traffico.








