La peste del ‘600 a Milano e la lezione di Alessandro Manzoni


«Non lasciatevi trascinare dal delirio collettivo»: è questa la lezione accorata che un preside di Milano ha voluto dare ai suoi studenti. E, per farlo, il dirigente scolastico cita Manzoni, pubblicando online il 31esimo capitolo di quei Promessi Sposi che mai come oggi suonano tanto attuali in una Milano sotto choc per il coronavirus.

“E in questo racconto, il nostro fine non è, per dir la verità, soltanto di rappresentar lo stato delle cose nel quale verranno a trovarsi i nostri personaggi; ma di far conoscere insieme, per quanto si può in ristretto, e per quanto si può da noi, un tratto di storia patria più famoso che conosciuto.” Alessandro Mazoni, I Promessi Sposi (1840), Capitolo XXXI.

«La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia». Si apre così, con una citazione dei Promessi Sposi, al capitolo 31, la lettera che il preside del Liceo scientifico Alessandro Volta di Milano, Domenico Squillace, ha scritto ai suoi studenti nel periodo in cui le scuole sono forzatamente chiuse a causa dell’emergenza Coronavirus. Si tratta dell’epidemia di peste che si abbatté su Milano nel 1630, a cui Manzoni dedica due capitoli.

Nelle prime righe del capitolo si capisce subito la similitudine con la malattia che sta colpendo il nord Italia in questi giorni. Tutto come oggi, quasi fossimo tornati indietro di quasi 400 anni. Un testo illuminante e di straordinaria modernità che il preside consiglia a tutti i suoi ragazzi perché sia per loro uno stimolo a reagire alla paura del contagio.

«Dentro quelle pagine – spiega il Prof. Squillace – c’è già tutto, la certezza della pericolosità degli stranieri, lo scontro violento tra le autorità, la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, il disprezzo per gli esperti, la caccia agli untori, le voci incontrollate, i rimedi più assurdi, la razzia dei beni di prima necessità, l’emergenza sanitaria…. In quelle pagine vi imbatterete fra l’altro in nomi che sicuramente conoscete frequentando le strade intorno al nostro Liceo che, non dimentichiamolo, sorge al centro di quello che era il lazzaretto di Milano: Ludovico Settala, Alessandro Tadino, Felice Casati per citarne alcuni. Insomma più che dal romanzo del Manzoni quelle parole sembrano sbucate fuori dalle pagine di un giornale di oggi. Cari ragazzi, niente di nuovo sotto il sole, mi verrebbe da dire, eppure la scuola chiusa mi impone di parlare. La nostra è una di quelle istituzioni che con i suoi ritmi ed i suoi riti segna lo scorrere del tempo e l’ordinato svolgersi del vivere civile, non a caso la chiusura forzata delle scuole è qualcosa cui le autorità ricorrono in casi rari e veramente eccezionali. Non sta a me valutare l’opportunità del provvedimento, non sono un esperto né fingo di esserlo, rispetto e mi fido delle autorità e ne osservo scrupolosamente le indicazioni, quello che voglio però dirvi è di mantenere il sangue freddo, di non lasciarvi trascinare dal delirio collettivo, di continuare – con le dovute precauzioni – a fare una vita normale».

Il preside suggerisce di sfruttare il tempo senza la scuola: «Approfittate di queste giornate per fare delle passeggiate, per leggere un buon libro, non c’è alcun motivo – se state bene – di restare chiusi in casa. Non c’è alcun motivo per prendere d’assalto i supermercati e le farmacie, le mascherine lasciatele a chi è malato, servono solo a loro. La velocità con cui una malattia può spostarsi da un capo all’altro del mondo è figlia del nostro tempo, non esistono muri che le possano fermare, secoli fa si spostavano ugualmente, solo un po’ più lentamente». 

Ma il messaggio che sta più a cuore al dirigente riguarda la vita sociale dei suoi ragazzi: «Uno dei rischi più grandi in vicende del genere, ce lo insegnano Manzoni e forse ancor più Boccaccio, è l’avvelenamento della vita sociale, dei rapporti umani, l’imbarbarimento del vivere civile. L’istinto atavico quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile è quello di vederlo ovunque, il pericolo è quello di guardare ad ogni nostro simile come ad una minaccia, come ad un potenziale aggressore».

E allora, con l’augurio di rivedere presto gli studenti tra i banchi, Squillace invita tutti a fidarsi della scienza per non farsi battere dalla “peste”: «Rispetto alle epidemie del XIV e del XVII secolo noi abbiamo dalla nostra parte la medicina moderna, non è poco credetemi, i suoi progressi, le sue certezze, usiamo il pensiero razionale di cui è figlia per preservare il bene più prezioso che possediamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità. Se non riusciremo a farlo la peste avrà vinto davvero. Vi aspetto presto a scuola»

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