Il referendum tra democrazia diretta e scontro politico


Quando lo strumento pensato per decidere sui contenuti diventa un voto pro o contro il governo
Il referendum nasce per far decidere direttamente i cittadini su una legge. Quando diventa uno scontro tra partiti, però, il rischio è che il quesito passi in secondo piano.

Uno degli errori più evidenti della politica italiana contemporanea, soprattutto a partire dalla cosiddetta Seconda Repubblica, è la tendenza a trasformare qualsiasi referendum in una battaglia politica tra governo e opposizione. In teoria il referendum è uno degli strumenti più importanti della democrazia diretta: permette ai cittadini di esprimersi direttamente su una legge o su una modifica costituzionale. Nella pratica, però, sempre più spesso il contenuto reale del quesito passa in secondo piano e la consultazione popolare viene interpretata come un semplice test politico. L’opposizione lo utilizza per colpire il governo in carica, mentre il governo tende a trasformarlo in una sorta di voto di fiducia sulla propria azione. In questo modo il referendum smette di essere una decisione su un tema specifico e diventa una prova di forza tra schieramenti politici.

La Costituzione italiana prevede principalmente due tipi di referendum: quello abrogativo, attraverso il quale i cittadini possono cancellare in tutto o in parte una legge, e quello costituzionale o confermativo, che serve a ratificare o respingere una riforma della Costituzione approvata dal Parlamento. L’idea originaria dei costituenti era che i cittadini votassero nel merito della questione proposta. Quando invece il referendum viene trasformato in uno strumento di scontro politico, il rischio è quello di delegittimare uno dei pochi meccanismi di partecipazione diretta previsti dal nostro ordinamento.

Un esempio storico dimostra bene come un referendum possa essere interpretato come una scelta su un tema specifico senza diventare automaticamente un giudizio sul governo. Nel 1974 gli italiani votarono nel Referendum sul divorzio per decidere se mantenere o abrogare la legge che lo aveva introdotto nel Paese. La Democrazia Cristiana, il partito allora dominante, era contraria al divorzio e sostenne l’abrogazione della legge. Tuttavia la maggioranza degli italiani votò contro l’abrogazione e il divorzio rimase in vigore. Nonostante questa sconfitta su un tema così rilevante, la Democrazia Cristiana continuò a governare il Paese ancora per molti anni. Questo dimostra che quella consultazione fu percepita prevalentemente come una decisione su una questione sociale e civile, non come un voto contro il partito che guidava il governo.

Nella fase politica più recente, invece, molti referendum sono stati vissuti come veri e propri plebisciti sull’esecutivo in carica. Un esempio emblematico è il Referendum costituzionale italiano del 2016 sulla riforma costituzionale promossa dal governo guidato da Matteo Renzi. Il dibattito pubblico finì per concentrarsi molto più sulla figura del presidente del Consiglio e sul giudizio politico sull’esecutivo che sui contenuti tecnici della riforma. In modo diverso, ma con dinamiche simili, anche il Referendum costituzionale italiano del 2020 sul taglio del numero dei parlamentari è stato spesso interpretato attraverso la lente dello scontro tra schieramenti politici.

Questo fenomeno di politicizzazione rischia di svuotare il referendum del suo significato originario. Quando i cittadini votano principalmente per sostenere o punire un governo, il merito della questione passa inevitabilmente in secondo piano. Il referendum diventa così una sorta di sondaggio politico nazionale più che uno strumento di decisione diretta su norme e principi.

Un caso che mostra bene questa dinamica riguarda il dibattito sulla Separazione delle carriere dei magistrati, cioè la distinzione tra i magistrati che svolgono il ruolo di pubblici ministeri e quelli che svolgono la funzione di giudici. Oggi in Italia entrambe queste figure appartengono allo stesso ordine della magistratura e, con alcune limitazioni, possono passare da una funzione all’altra nel corso della carriera. Chi sostiene la separazione delle carriere ritiene che il pubblico ministero, essendo la parte che accusa nel processo penale, non dovrebbe appartenere allo stesso corpo professionale del giudice che deve decidere in modo imparziale. L’idea è che un sistema pienamente garantista richieda una netta distinzione tra chi accusa e chi giudica. Altri, invece, temono che una separazione troppo rigida possa avvicinare il pubblico ministero al potere politico o ridurre l’indipendenza complessiva della magistratura.

Si tratta di una questione che riguarda soprattutto l’architettura del sistema giudiziario e il funzionamento del processo penale, e che in teoria dovrebbe essere discussa principalmente sul piano tecnico e istituzionale. Tuttavia anche su questo tema il dibattito pubblico tende spesso a trasformarsi in uno scontro tra destra e sinistra, come se si trattasse di una questione di appartenenza politica più che di organizzazione dello Stato.

Quando accade questo, il rischio è duplice. Da un lato si impoverisce la qualità del dibattito pubblico, perché i cittadini sono spinti a schierarsi per appartenenza politica più che a riflettere sul merito delle riforme. Dall’altro si indebolisce uno strumento fondamentale della democrazia diretta. Il referendum, pensato come momento in cui il popolo esercita direttamente la sovranità su una decisione specifica, rischia così di trasformarsi in un semplice episodio dello scontro permanente tra maggioranza e opposizione. E quando uno strumento istituzionale perde la sua funzione originaria, la conseguenza più grave è che perde anche parte della sua credibilità agli occhi dei cittadini.

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