Il “ciambottone”: tutti insieme per forza, d’accordo per finta


L’arte di chiamare “unità” ciò che è solo convivenza: dentro c’è di tutto, tranne una rotta comune
Ricetta della Nuova Politica: il Ciambottone.

C’è una certa politica che si presenta come “nuova”, con lo stesso entusiasmo con cui si rimette in vendita un divano anni ’80 dopo avergli cambiato il copridivano. I simboli sono freschi di stampa, gli slogan profumano di vernice, ma sotto sotto cigola tutto come prima. Perché i metodi sono quelli di sempre, i protagonisti pure — solo un po’ più esperti nel cambiare casacca al momento giusto.

Non è tanto un progetto politico quanto un mercatino dell’usato ben organizzato: ex rivali che si abbracciano con la naturalezza di chi fino a ieri si lanciava sedie, professionisti del riciclo politico che ormai andrebbero classificati come patrimonio dell’umanità, e figure alla disperata ricerca di una nuova collocazione, tipo prese senza corrente.

Più che una visione condivisa, sembra un collage fatto di fretta la sera prima della consegna. Un’operazione di ingegneria elettorale che regge benissimo… finché dura la campagna. Poi arriva la realtà, che notoriamente non è inclusa nel programma.

Mettere insieme pezzi così diversi senza un vero collante è un po’ come organizzare una cena con vegani, carnivori estremi e sostenitori del digiuno: alla fine nessuno è contento e qualcuno lancia i piatti. Altro che unità: è convivenza forzata con diffidenza incorporata.

Dietro la grande retorica dell’unità si intravede chiaramente il trucco: più che una alleanza politica, sembra un cartello elettorale in saldo. Un insieme eterogeneo che si è dato una mano di credibilità, ma che sotto la superficie resta fragile come un castello di carte in una stanza con le finestre aperte.

E poi c’è la famosa “corazzata”. Evoca immagini solenni, imponenti, quasi epiche. Peccato che qui somigli più a una scenografia di cartapesta: impressionante da lontano, ma basta avvicinarsi per vedere le crepe, lo scotch e qualche pezzo che traballa. Perché quando la tenuta di un’alleanza dipende più dal racconto che dalla realtà, il finale è già scritto. Le crepe non sono un imprevisto: sono parte del progetto.

Non è una questione di stile o di toni — quelli si aggiustano sempre. Il problema è quando la coerenza diventa un optional e la linea politica cambia più spesso del meteo. A quel punto resta solo una somma di interessi temporanei. E gli interessi temporanei hanno una caratteristica meravigliosa: scadono.

E così questa “corazzata”, più che pronta a salpare, sembra pronta a fare acqua. Non per colpa di nemici esterni, ma per eccesso di peso interno: troppe contraddizioni stipate nella stiva.

C’è però un dettaglio che spesso sfugge agli architetti di queste operazioni: gli elettori. Sì, proprio loro, quelli che non dovrebbero disturbare il disegno. Hanno questa strana abitudine di osservare, ricordare e — nei casi più estremi — decidere. E il problema è che i cittadini non sono più così facili da incantare con etichette nuove su contenuti vecchi. La memoria politica cresce, la pazienza diminuisce, e le contraddizioni — quando sono troppe — diventano difficili da nascondere anche con slogan in grassetto.

Questa volta il rischio è concreto: trovare un elettorato meno disposto a bersi tutto, più attento alla sostanza che alla confezione, più interessato alla credibilità che al teatro. E allora sì, la “corazzata” potrebbe affondare. Ma non per un attacco epico: più banalmente, perché nessuno ha davvero più voglia di salirci sopra.

Alla fine, come sempre, saranno i cittadini a decidere. E il sospetto è che sappiano distinguere benissimo tra ciò che è costruito per durare… e ciò che è stato assemblato con il nastro adesivo.

La “Corazzata del Ciambotto”
- / 5
Grazie per aver votato!
Pubblicità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.