Vasca di colmata, si discute anche sulla firma della delibera


La delibera è stata approvata all’unanimità, ma il verbale porta la firma della Vicesindaca. È davvero un problema? Le norme dicono una cosa, la discussione politica ne aggiunge un’altra.
Forse solo un dettaglio formale. Forse una domanda che si poteva evitare. Di certo, un nuovo motivo per discutere.

Molfetta discute. Discute praticamente di tutto. E, a ben vedere, mai nome fu più azzeccato di quello scelto quasi tredici anni fa per una comunità virtuale che nel frattempo è diventata una parte significativa del modo in cui i molfettesi si confrontano, si informano, si provocano, si criticano e, qualche volta, riescono anche a capirsi.

Non stiamo parlando del nostro sito, Molfetta Discute Magazine, né della pagina social ufficiale Molfetta Discute. E neppure di Molfetta Discute Group, il gruppo aperto nel quale chiunque può proporre una segnalazione, sollevare un problema, discutere di politica, cultura, sport, cronaca, commercio, iniziative, eventi e, perché no, anche promuovere liberamente la propria attività. L’unico requisito, in fondo, è che quello che si scrive sia comprensibile. In italiano, possibilmente. E perché no, anche in buon vernacolo molfettese. Quasi tredici anni dopo la pagina e il gruppo continuano a crescere. E qualcosa, evidentemente, vorrà pur dire.

Questa volta a innescare la discussione è stata la consigliera di opposizione Mariangela Azzollini, che attraverso un video social ha posto una domanda apparentemente semplice: come mai la deliberazione della Giunta sulla tanto discussa vasca di colmata non risulta sottoscritta dal sindaco Manuel Minervini, nonostante il primo cittadino fosse presente alla seduta, l’avesse presieduta e avesse partecipato alla votazione, conclusasi con il voto unanime dei presenti?

La vasca di colmata, del resto, non è un argomento qualsiasi. Si tratta dell’opera prevista in adiacenza al lungomare Marcantonio Colonna, destinata ad accogliere i materiali provenienti dal dragaggio dei fondali del porto. Un progetto da anni al centro di fortissime contrapposizioni politiche, ambientali e cittadine, con un quadro economico nell’ordine dei 12 milioni di euro e che, proprio durante l’ultima campagna elettorale, aveva rappresentato uno dei temi caratterizzanti della posizione di Manuel Minervini, allora candidato sindaco e apertamente contrario alla soluzione sul lungomare. Insomma, non proprio una delibera qualsiasi.

Il rilievo di Azzollini ha immediatamente acceso la discussione. E la cosa interessante è che il dibattito non si è diviso semplicemente tra favorevoli e contrari alla vasca. Anzi. C’è chi, pur essendo favorevole al provvedimento, ha ritenuto che la questione formale meritasse attenzione. C’è chi ha invece considerato la vicenda assolutamente normale. E c’è chi ha interpretato il tutto come un dettaglio amministrativo privo di qualsiasi conseguenza sostanziale.

Mimmo Favuzzi, intervenendo nella discussione, ha richiamato proprio il dato normativo. L’articolo 44, comma 6, dello Statuto comunale di Molfetta prevede espressamente che il verbale della Giunta sia sottoscritto «dal Sindaco o da chi presiede la seduta» e dal Segretario comunale. Una formulazione alternativa, dunque, non cumulativa. Per Favuzzi, la firma della Vicesindaca al posto di quella del Sindaco non costituisce di per sé un’irregolarità. Ma c’è un altro elemento nella sua osservazione. Se il Sindaco ha effettivamente presieduto la discussione e la votazione, è plausibile — osserva Favuzzi — che si sia successivamente allontanato prima della materiale sottoscrizione del verbale, che può avvenire anche in un momento successivo alla seduta. In questa prospettiva, la firma della Vicesindaca troverebbe una spiegazione del tutto ordinaria nell’organizzazione dei lavori della Giunta.

Una lettura che, dunque, tende a ridimensionare il rilievo sollevato dalla consigliera Azzollini e a ricondurlo nell’ambito della normale procedura amministrativa, senza che dalla sola circostanza della diversa sottoscrizione possa discendere, secondo questa interpretazione, un problema di validità della deliberazione.

Altri commentatori hanno invece osservato che le firme possono essere raccolte anche in momenti diversi e che l’assenza materiale del Sindaco al momento della sottoscrizione può spiegare perché a firmare sia stata la Vicesindaca. Una lettura analoga è stata proposta da altri cittadini: il Sindaco era presente, ha presieduto, ha votato e la decisione è stata assunta all’unanimità. Dunque, secondo questa interpretazione, non ci sarebbe alcun “mistero”, ma una circostanza riconducibile alla normale attività amministrativa.

Ma cosa dicono davvero le regole?

Qui vale la pena fermarsi un momento e separare la discussione politica da quella giuridico-amministrativa. Lo Statuto comunale di Molfetta è piuttosto chiaro: il verbale della Giunta viene sottoscritto dal Sindaco o da chi presiede la seduta, insieme al Segretario. Lo stesso Statuto stabilisce che il Sindaco dirige e coordina l’attività della Giunta e che la Giunta delibera con l’intervento di almeno la metà dei suoi componenti e a maggioranza assoluta dei voti. Il Comune, inoltre, identifica espressamente il Sindaco come presidente della Giunta.

Questo porta a una prima conclusione abbastanza semplice: la firma della Vicesindaca non è di per sé un elemento sufficiente per sostenere che la deliberazione sia invalida. La stessa norma statutaria ammette infatti che il verbale possa essere sottoscritto da chi presiede la seduta.

La questione diventa più interessante se ci si chiede una cosa diversa: chi presiedeva la seduta nel momento in cui il verbale è stato sottoscritto? Se il Sindaco aveva lasciato la seduta e la Vicesindaca lo aveva sostituito, la sottoscrizione da parte di quest’ultima trova una spiegazione coerente con la stessa previsione statutaria. Se invece il Sindaco aveva presieduto l’intera seduta e non vi era stata alcuna sostituzione nella presidenza, allora il dato formale meriterebbe certamente una spiegazione da parte dell’amministrazione. Sono due questioni diverse. E soprattutto, nessuna delle due consente automaticamente di affermare che una deliberazione approvata dall’organo collegiale sia nulla o inesistente.

Anche la giurisprudenza, pur in un ambito diverso da quello delle deliberazioni comunali, ha distinto la funzione probatoria della sottoscrizione del verbale dalla validità della decisione dell’organo collegiale, escludendo che un vizio meramente formale della sottoscrizione comporti automaticamente l’invalidità della deliberazione. È un principio che va naturalmente applicato con prudenza al caso concreto e senza confondere la disciplina delle assemblee condominiali con quella degli organi comunali.

Anche se — ci si permetta la battuta — la sensazione che, almeno in questa circostanza, la Giunta abbia finito per assomigliare più a un’assemblea condominiale alle prese con le firme sul verbale che a un organo amministrativo chiamato ad assumere una decisione di questa rilevanza è difficile da reprimere. Ci perdonino i lettori, ma la domanda che ci poniamo noi, e che si sono posti molti dei commentatori intervenuti nella discussione, è molto semplice: ma non la potevate evitare questa cosa? E proprio su una delibera come quella sulla vasca di colmata?

Comunque, allo stato degli elementi esaminati, non ci sentiamo di sostenere che la mancata firma del Sindaco renda invalida la deliberazione sulla vasca di colmata. Ma questo non significa neppure che la domanda posta dalla consigliera Azzollini sia priva di senso. Una domanda formalmente piccola, politicamente non proprio piccola. Perché il punto, forse, è proprio questo. Se il Sindaco era presente, ha presieduto la seduta, ha partecipato alla discussione e ha votato a favore di una deliberazione tanto importante, sarebbe stato probabilmente più lineare che il verbale fosse sottoscritto da lui, salvo una successiva assenza o un impedimento che ne avesse giustificato la sostituzione nella fase della sottoscrizione. Non perché la diversa firma renda automaticamente invalido l’atto. Ma perché, soprattutto quando si parla di una vicenda amministrativa tanto delicata e politicamente controversa, la massima linearità formale avrebbe probabilmente evitato una discussione che, a posteriori, appare francamente evitabile. Non perché senza quella firma la vasca di colmata improvvisamente smetta di essere una decisione della Giunta. Ma perché la forma, negli atti pubblici, serve anche a rendere immediatamente leggibile il percorso attraverso il quale una decisione è stata assunta.

E proprio per questo risulta significativo che alcuni cittadini intervenuti nella discussione, pur non contestando il contenuto della deliberazione, abbiano sostanzialmente detto: forse sarebbe stato meglio evitare anche questo piccolo elemento di ambiguità. È una posizione tutt’altro che paradossale. Anzi, è probabilmente la più interessante emersa dal dibattito: si può essere favorevoli a una decisione e, contemporaneamente, chiedere che ogni suo passaggio formale sia il più limpido possibile. E qui entra in gioco il precedente di “Luci Diffuse”.

La discussione assume un significato ulteriore se la si inserisce nel contesto dei primi atti della nuova amministrazione. Pochi giorni fa, un’altra deliberazione della Giunta — quella relativa a “Luci Diffuse 2026”, il programma culturale dell’estate molfettese — aveva già attirato l’attenzione per un’altra circostanza: nella seduta del 30 luglio il Sindaco risultava assente insieme ad alcuni assessori, mentre la seduta era presieduta dalla Vicesindaca.

Anche in quel caso non si è parlato di illegittimità. Era però semplicemente legittimo chiedersi perché, nella stessa riunione, una deliberazione precedente riportasse la presenza dell’intera Giunta e quella successiva registrasse invece alcune assenze, proprio in coincidenza con un provvedimento che destinava risorse alla programmazione culturale cittadina.

Sono fatti diversi e non vanno sovrapposti. Ma quando gli episodi si susseguono a breve distanza, è inevitabile che qualcuno inizi a interrogarsi non soltanto sulla regolarità formale degli atti, ma anche sul modus operandi della nuova amministrazione. E questo, a nostro avviso, è il vero punto sul quale sarebbe utile una parola chiara da Palazzo di Città. Nessun processo alla firma. Ma una spiegazione sarebbe utile.

La discussione sui social ci sembra molto più interessante della domanda iniziale. Non perché ci sia una firma capace da sola di far saltare una deliberazione approvata all’unanimità. Non perché si debba trasformare ogni dettaglio amministrativo in un caso politico. E neppure perché una consigliera di opposizione non possa sollevare dubbi su un atto votato anche dal Sindaco: sarebbe esattamente il contrario della funzione del controllo politico. Il punto è un altro.

La deliberazione sulla vasca di colmata, per la sua storia, per il suo peso economico e per il significato politico che ha assunto in città, meritava — e merita — la massima linearità possibile. E forse proprio per questo anche chi quella decisione la sostiene avrebbe preferito che sulla sua strada non comparisse anche il piccolo giallo della firma. Non perché quella firma, da sola, renda illegittimo ciò che la Giunta ha deliberato. Ma perché, quando si amministra un atto di questa portata, se un dubbio formale si può evitare, sarebbe decisamente meglio evitarlo. Per la maggioranza. Per l’opposizione. E soprattutto per i cittadini. Perché alla fine la domanda è persino disarmante nella sua semplicità: se tutto era regolare, perché lasciare sul tavolo anche questo piccolo interrogativo?

Ed eccoci tornati al punto di partenza.

Molfetta discute. Discute di politica, di porto, di mare, di strade, di cultura, di estate. E, evidentemente, anche di chi debba mettere una firma in calce a una delibera. Questa volta, però, dietro quella firma c’è una vasca di colmata da circa 12 milioni di euro, una storia politica tutt’altro che secondaria e una città che su quella vicenda ha discusso — e continuerà probabilmente a discutere — parecchio. Insomma, forse la firma non cambierà il destino della vasca. Ma di certo ha cambiato, almeno per qualche giorno, l’argomento della discussione. E a Molfetta, si sa, quando c’è qualcosa di cui discutere, difficilmente si lascia cadere l’occasione.

DELIBERA DI GIUNTA N. 27/2026

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