Tra accuse spesso infondate e una burocrazia trasformata in un campo minato, amministrare un Comune è diventato un rischio personale prima ancora che politico: nei territori cresce la difficoltà a trovare candidati, e Molfetta non fa eccezione, visto che, a due mesi dalle elezioni comunali, non è ancora emerso il nome di un candidato sindaco.

A Molfetta, a due mesi dal voto, il dato più evidente è anche il più sorprendente: non c’è ancora un candidato sindaco. Un vuoto che pesa e che racconta più di tante analisi lo stato di difficoltà in cui si trova oggi la politica locale.
Non è un caso isolato. Da nord a sud, nei comuni italiani, si moltiplicano le situazioni in cui partiti, liste civiche e associazioni faticano a trovare qualcuno disposto a candidarsi. Non per mancanza di competenze o di impegno civico, ma per una crescente consapevolezza dei rischi che il ruolo comporta.
Fare il sindaco, oggi, è sempre meno una vocazione e sempre più un azzardo. Chi si avvicina a questo incarico sa che diventerà il primo bersaglio di ogni problema, anche quando non ne ha diretta responsabilità. Se un ospedale non funziona, se aumenta l’insicurezza, se il decoro urbano peggiora o se semplicemente cresce il malcontento, la colpa ricade quasi automaticamente su chi guida il Comune.
A questo si aggiunge una macchina burocratica sempre più complessa. Anche le decisioni più semplici – come pedonalizzare una strada o avviare un piccolo intervento urbano – si trasformano in percorsi a ostacoli tra norme, pareri e adempimenti. Un vero e proprio campo minato, dove il rischio di sbagliare è sempre dietro l’angolo.
Il nodo più delicato resta quello delle responsabilità. Ogni firma può trasformarsi in un problema. Ma anche una firma mancata può diventarlo. In molti casi, gli amministratori si trovano esposti a indagini e accuse che poi si rivelano infondate, ma che nel frattempo producono effetti pesanti sul piano personale, professionale e politico.
E poi c’è la dimensione mediatica. Un avviso di garanzia, che dovrebbe rappresentare una tutela, si trasforma spesso in una condanna anticipata. Il processo si sposta immediatamente nello spazio pubblico, tra titoli, commenti e giudizi sommari. Anche quando tutto si conclude senza conseguenze, il danno resta.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: sempre meno cittadini sono disposti a mettersi in gioco. Il prezzo da pagare, in termini di esposizione personale e responsabilità, è percepito come troppo alto rispetto agli strumenti e alle tutele disponibili.
Eppure, la democrazia locale vive proprio di queste figure. Il sindaco è il primo presidio istituzionale, il punto di contatto tra cittadini e Stato, il volto concreto delle istituzioni sul territorio. Se viene meno la disponibilità a ricoprire questo ruolo, è l’intero sistema a indebolirsi.
Per questo, la domanda non è retorica: i sindaci sono una categoria da proteggere? La risposta, sempre più spesso, sembra essere sì. Non per garantire impunità, ma per ristabilire un equilibrio tra responsabilità e possibilità di agire.
Perché senza sindaci disposti a firmare, decidere e assumersi responsabilità, il rischio non è solo quello di non trovare candidati. È quello di non riuscire più a governare i nostri comuni.





