Dopo il primo intervento pubblicato nei giorni scorsi e dedicato ai limiti delle sole politiche repressive, Favuzzi porta l’esempio della città scozzese, diventata un caso internazionale nella riduzione della criminalità attraverso prevenzione e interventi sociali.

Dopo aver aperto una riflessione sul tema della sicurezza, sostenendo che il solo ricorso alla repressione non sia sufficiente a garantire risultati duraturi, Mimmo Favuzzi prosegue il percorso di approfondimento che aveva annunciato nel suo primo intervento, già ripreso dal nostro Magazine. Come anticipato, l’obiettivo è quello di raccontare esperienze internazionali che possano offrire spunti di riflessione anche al dibattito cittadino, andando oltre le reazioni dettate dall’emergenza.
Nel secondo contributo, pubblicato sul gruppo Facebook Molfetta Discute, Favuzzi porta l’attenzione su Glasgow, città che all’inizio degli anni Duemila rappresentava uno dei casi più drammatici d’Europa sul fronte della criminalità violenta. «Nel 2005 Glasgow era la capitale europea degli omicidi», ricorda l’autore, richiamando i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Una realtà segnata da gang giovanili, aggressioni e quartieri difficili, nella quale la risposta delle istituzioni prese però una direzione diversa rispetto a quella che molti avrebbero immaginato.
Il cuore del ragionamento è proprio questo cambio di prospettiva. Anziché limitarsi ad aumentare pattugliamenti e inasprire le sanzioni, le autorità scozzesi diedero vita alla Violence Reduction Unit, una struttura multidisciplinare che affrontava la violenza come un fenomeno da prevenire e curare, prima ancora che da reprimere.
Favuzzi sottolinea come all’interno dell’unità operassero non soltanto forze di polizia, ma anche medici, psicologi, educatori, assistenti sociali ed ex detenuti. Figure differenti, accomunate dall’obiettivo di intercettare le cause profonde che spesso alimentano i comportamenti violenti, intervenendo soprattutto sui giovani maggiormente esposti al rischio di devianza.
«Il principio era semplice ma rivoluzionario: la violenza non nasce dal nulla», scrive Favuzzi. Secondo questa impostazione, fenomeni come criminalità e violenza trovano spesso origine in condizioni di povertà, dispersione scolastica, marginalità sociale, traumi familiari e mancanza di prospettive. Per questo motivo, sostiene l’autore, una strategia realmente efficace non può limitarsi a intervenire quando il reato è già stato commesso, ma deve agire sulle cause che lo generano.
A sostegno della sua tesi, Favuzzi richiama i risultati ottenuti dall’esperienza scozzese. Nel giro di circa vent’anni, evidenzia, il numero degli omicidi sarebbe diminuito del 60%, mentre i ricoveri ospedalieri dovuti ad aggressioni si sarebbero dimezzati e i reati violenti sarebbero calati del 48%. Un modello che, osserva, è stato successivamente adottato anche a Londra e preso come riferimento in numerosi altri Paesi.
L’esempio di Glasgow rappresenta così, nelle intenzioni dell’autore, una conferma concreta della riflessione avviata nel precedente intervento: la sicurezza richiede certamente controlli, presenza delle forze dell’ordine e rispetto delle regole, ma per produrre effetti stabili ha bisogno anche di prevenzione, educazione e politiche sociali capaci di intervenire sulle situazioni di maggiore fragilità.
Come già nel primo approfondimento, Favuzzi non propone ricette semplici né mette in discussione il ruolo della repressione. Piuttosto, invita ad ampliare lo sguardo, mostrando come alcune delle esperienze internazionali più efficaci abbiano scelto di affiancare agli strumenti tradizionali un lavoro costante sulle cause che alimentano il disagio e la violenza.
Si tratta di una riflessione destinata, ancora una volta, a suscitare confronto. Al di là delle diverse sensibilità sul tema della sicurezza, il contributo offre infatti un’occasione per interrogarsi su modelli che hanno prodotto risultati concreti in altri contesti e che possono arricchire anche il dibattito pubblico locale, spostando l’attenzione dalle sole risposte immediate alla costruzione di strategie di lungo periodo.
L’esperienza di Glasgow dimostra come i fenomeni legati alla sicurezza urbana richiedano risposte articolate e una visione di lungo periodo. Per questo appare francamente pretestuosa l’accusa rivolta da un consigliere di opposizione al sindaco di “filosofeggiare”, quasi che riflettere sulle cause profonde del fenomeno significhi sottrarsi all’azione amministrativa. Tanto più se si considera che l’attuale amministrazione si è insediata da appena pochi giorni e che il sindaco, sin dal suo insediamento, ha già avviato interlocuzioni e iniziative sui temi della sicurezza. Pretendere che problemi stratificati nel tempo possano essere risolti nell’arco di pochi giorni significa alimentare aspettative irrealistiche e trasformare un tema così delicato in terreno di scontro politico.
Anche le richieste di “risposte immediate” avanzate da parte dell’opposizione rischiano di trasmettere un’idea fuorviante del ruolo di un sindaco, che non coincide certo con quello del comandante delle forze dell’ordine. Il compito dell’amministrazione è piuttosto quello di costruire, insieme alle istituzioni competenti, strategie capaci di incidere sulle cause del disagio, esattamente nella direzione indicata dalle esperienze internazionali richiamate da Mimmo Favuzzi.









