Quando i principi diventano di parte: politica, opportunità e doppia morale


Il vero banco di prova della coerenza è applicare lo stesso criterio quando cambiano gli schieramenti, gli interlocutori e i rapporti di forza
Vincenzo Balducci e Antonio Azzollini nel cantiere del nuovo porto commerciale di Molfetta, durante gli anni della realizzazione dell’opera.

Ci sono momenti in cui una discussione politica rischia di trasformarsi in una gara a cercare il significato nascosto nelle parole degli altri. Si prende un articolo, lo si viviseziona, si cercano omissioni, si ricostruiscono intenzioni, si individuano riferimenti più o meno espliciti e, alla fine, si prova a spostare la discussione dal principio al dettaglio. Ma non sempre è lì che si trova il punto.

A volte il punto è molto più semplice e, proprio per questo, molto più scomodo: i principi valgono sempre oppure soltanto quando servono a giudicare qualcun altro?

È questa la domanda che sta al centro della nostra riflessione sull’opportunità politica. Non una singola persona, non una singola vicenda giudiziaria, non una singola amministrazione. E nemmeno la necessità di stabilire chi debba dimettersi, chi debba restare al proprio posto o quali conseguenze politiche debba produrre una determinata vicenda. Quello appartiene alla politica e alle responsabilità che ciascuno decide di assumersi. Qui parliamo d’altro. Parliamo di coerenza.

La prima distinzione da fare è fondamentale. La presunzione di innocenza e l’opportunità politica non sono due facce della stessa questione: appartengono a piani diversi, anzi diversissimi. La presunzione di innocenza riguarda il piano giudiziario: fino a quando non intervenga una condanna definitiva, una persona non può essere considerata colpevole. L’opportunità politica riguarda invece un’altra domanda: anche quando una scelta è giuridicamente possibile, è politicamente opportuno compierla? 

Sono questioni che possono incontrarsi nel dibattito pubblico, ma non possono essere confuse. Una scelta può essere legittima sul piano giuridico e, allo stesso tempo, essere ritenuta politicamente discutibile o inopportuna. Ma l’opportunità politica non può trasformare un’indagine in una colpevolezza, così come la presunzione di innocenza non può diventare automaticamente una certificazione di opportunità. Una cosa è il giudizio sulla responsabilità penale. Un’altra è il giudizio sull’opportunità di una scelta politica. Ed è proprio qui che nasce la domanda successiva: se l’opportunità politica viene invocata come criterio, quel criterio vale sempre oppure cambia a seconda della persona alla quale viene applicato? 

Non significa che situazioni diverse debbano necessariamente produrre la stessa conseguenza. Sarebbe una semplificazione. Significa chiedersi se le ragioni utilizzate per arrivare a una valutazione siano le stesse anche quando cambiano gli interlocutori, gli schieramenti e i rapporti di forza. Se il criterio è davvero un principio, continua a valere anche quando a essere coinvolto è qualcuno che politicamente ci è più vicino? 

È una questione di coerenza politica prima ancora che di appartenenza politica. E la memoria, in questo senso, può essere molto utile.

La memoria di una vicenda

A Molfetta non mancano vicende nelle quali la pressione politica, mediatica e soprattutto quella esercitata sui social raggiunse livelli difficili da dimenticare. Una di queste è certamente la vicenda giudiziaria legata al processo sul porto di Molfetta, che vide coinvolti l’allora senatore e sindaco Antonio Azzollini e i dirigenti comunali Vincenzo Balducci e Giuseppe Domenico De Bari. Per anni quella vicenda fu anche terreno di un durissimo scontro politico. Si moltiplicarono prese di posizione, accuse, polemiche e giudizi personali, mentre il procedimento giudiziario diventava inevitabilmente parte del confronto pubblico. Poi arrivarono i giudici.

Nel dicembre 2019 il Tribunale di Trani assolse Azzollini e Balducci con la formula «perché il fatto non sussiste». Nella stessa sentenza, in una circostanza particolare, il Tribunale pronunciò nel merito l’assoluzione anche nei confronti di Giuseppe Domenico De Bari, nel frattempo deceduto. Nel marzo 2024 la Corte d’Appello di Bari confermò le assoluzioni di Azzollini e Balducci con la formula «perché il fatto non sussiste». La decisione divenne poi definitiva.

Il dato giudiziario va quindi ricordato per quello che è: Azzollini e Balducci furono definitivamente assolti; per De Bari il Tribunale di Trani pronunciò nel 2019 un’assoluzione nel merito nonostante il suo decesso. Questo non significa riscrivere la storia politica di quegli anni. E non significa nemmeno che ogni critica politica pronunciata allora fosse illegittima. Significa però ricordare che una vicenda giudiziaria può concludersi in modo diverso da come era stata rappresentata nel corso del tempo.

E allora una domanda diventa inevitabile: che peso devono avere, nel giudizio politico, gli atti e le sentenze che arrivano dopo anni di polemiche? Non si tratta necessariamente di chiedere scuse. Né di pretendere che ogni giudizio politico espresso in precedenza venga rinnegato. Forse basta qualcosa di più semplice: ricordarsi delle proprie parole. Perché la coerenza non consiste nell’avere sempre ragione. Consiste anche nel riconoscere che un principio, per essere davvero tale, non può cambiare significato ogni volta che cambia la persona alla quale viene applicato.

Dal passato al presente

È un tema che non appartiene soltanto al passato. Lo abbiamo incontrato anche nella vicenda giudiziaria di Tommaso Minervini, sulla quale abbiamo scelto di distinguere con attenzione il piano giudiziario da quello politico. La decisione della Corte di Cassazione depositata il 13 marzo 2026 ha annullato senza rinvio la decisione del Tribunale del Riesame di Bari relativa alla vicenda cautelare, esaminando le contestazioni poste alla base delle misure e ritenendo insussistenti i gravi indizi in relazione alla fattispecie esaminata. Questo è ciò che dice la decisione. E proprio perché vogliamo rispettare gli atti, non abbiamo mai sostenuto che quella pronuncia equivalga a una sentenza definitiva di assoluzione sull’intero procedimento. La distinzione è importante: un’inchiesta non è una sentenza, una contestazione non è una condanna, un rinvio a giudizio non è un accertamento di responsabilità e una decisione sulle misure cautelari non equivale automaticamente alla conclusione dell’intero procedimento. Ma la stessa precisione dovrebbe valere in entrambe le direzioni.

Se una vicenda giudiziaria viene utilizzata per formulare un giudizio politico, anche le successive decisioni dei giudici devono entrare in quel giudizio. Non per cancellare le valutazioni politiche precedenti, ma per aggiornarle alla luce di ciò che gli atti hanno effettivamente stabilito. È una questione di metodo prima ancora che di appartenenza politica.

Lo stesso metro

Ed eccoci al punto dal quale siamo partiti. Alla politica spetta anche la valutazione dell’opportunità. Può accadere che una nomina sia giuridicamente possibile e che, nello stesso tempo, qualcuno la ritenga politicamente inopportuna. È legittimo discuterne. Ma se l’opportunità politica diventa un criterio, allora quel criterio dovrebbe poter essere applicato indipendentemente dal nome della persona coinvolta, dal colore dell’amministrazione e dai rapporti di forza del momento. I carichi pendenti non si pesano in modo diverso a seconda di chi li porta. E una vicenda giudiziaria non può diventare più grave o meno grave perché cambia lo schieramento politico della persona coinvolta.

Questo non significa che tutti i casi siano uguali. Significa che le ragioni con cui li giudichiamo dovrebbero essere riconoscibili e coerenti. Alla fine, forse, la vera domanda non è nemmeno chi abbia torto o chi abbia ragione. È molto più semplice: se domani cambiasse il nome, cambierebbe anche il nostro principio? È da qui che dovrebbe cominciare una discussione seria sull’opportunità politica. Perché la legge stabilisce ciò che è consentito. La politica può interrogarsi su ciò che è opportuno. La giustizia stabilisce responsabilità e colpevolezza secondo le proprie regole. Sono piani diversi. E proprio perché sono diversi, non dovrebbero essere utilizzati alternativamente a seconda della convenienza.

Non ci interessa stabilire chi debba essere difeso e chi debba essere attaccato. Non ci interessa costruire una nuova contrapposizione tra schieramenti. Ci interessa una cosa molto più semplice: capire se esiste un criterio e se quel criterio rimane lo stesso quando cambiano gli interlocutori, le maggioranze e i rapporti di forza. Perché le maggioranze cambiano. Gli avversari di ieri possono diventare gli amministratori di oggi. Le vicende giudiziarie possono attraversare anni e arrivare a conclusioni che modificano il quadro iniziale. Ma se c’è qualcosa che dovrebbe cambiare meno rapidamente della politica, sono proprio i principi con i quali la politica giudica se stessa. O l’opportunità vale sempre, oppure non è un principio. È soltanto una posizione politica strumentale.

Giuseppe Domenico De Bari, dirigente comunale coinvolto nel processo sul nuovo porto commerciale di Molfetta e scomparso nel novembre 2018. Nel dicembre 2019 il Tribunale di Trani pronunciò nei suoi confronti un’assoluzione nel merito, con la formula «perché il fatto non sussiste», nonostante il suo decesso.
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