Liste su liste, zero vergogna: il kolossal tragicomico della “nuova” ammucchiata


Altro che progetto politico: sembra il casting di un reality ambientato in una sala ricevimenti, tra trasformisti professionisti, resurrezioni elettorali e civismo in saldo tre-per-due.
Il Ciambottone

Doveva essere la macchina perfetta. Un’astronave elettorale. Una corazzata inaffondabile costruita con undici liste, 260 candidati e circa tremila parenti stretti pronti a presidiare i seggi pure col thermos e la focaccia. Secondo i piani, la vittoria sarebbe dovuta arrivare al primo turno, possibilmente entro l’ora di pranzo, con i fuochi d’artificio già prenotati e i post celebrativi preparati da settimane. E invece qualcosa è andato storto. Forse troppo civismo. Forse troppe liste. Forse troppa gente riciclata tutta insieme nello stesso contenitore ha provocato un corto circuito politico degno di una ciabatta multipresa attaccata a un generatore diesel del 1987.

Le famose undici liste, annunciate come se fossero le tavole della legge, oggi sembrano più figurine Panini che realtà politica. Una appare, una scompare, una cambia nome, una trasloca, una si fonde, una litiga, una si divide in due correnti e una probabilmente non sa nemmeno di esistere. Più che una coalizione, sembra l’universo cinematografico Marvel delle candidature improbabili.

E il ballottaggio — il mostro che doveva essere evitato a tutti i costi — ora si aggira minaccioso nei corridoi come il fantasma delle elezioni passate. Per qualcuno è diventato improvvisamente il Vietnam.

Naturalmente continuano a raccontarla come “una grande novità”. Certo. Come no. Hanno cambiato il logo, rifatto il trucco, aggiunto due parole tipo “futuro”, “insieme”, “territorio”, “identità”, “cuore”, “visione”, “energia”, che ormai nei simboli politici entrano come il prezzemolo nelle cozze gratinate. Ma sotto la confezione resta sempre lui: il leggendario ciambotto politico molfettese. Solo che stavolta non è più un semplice ciambotto. È il Ciambottone 12.0 Ultra Deluxe Reloaded Experience Edition. Una gigantesca zuppa elettorale dove dentro trovi ex di tutto: ex maggioranza, ex opposizione, ex civici, ex rivoluzionari, ex indignati, ex nemici giurati e forse pure qualcuno convinto di stare ancora candidandosi nel 2013.

Il civismo, in questa storia, è diventato il travestimento perfetto. Una specie di Halloween permanente della politica locale. Metti una lista “civica”, togli un simbolo di partito, aggiungi uno slogan motivazionale e improvvisamente chi governava ieri diventa “volto nuovo”. Più che rinnovamento, pare riciclaggio creativo. Non è una coalizione: è un outlet politico. Entri e trovi di tutto. Moderati, progressisti, conservatori, trasformisti, reduci, nostalgici, desaparecidos amministrativi e professionisti dell’inciucio da competizione olimpica. Manca solo uno che venda granite all’ingresso e poi il luna park è completo. E la domanda ormai è inevitabile: questa armata Brancaleone nasce davvero per Molfetta o semplicemente per evitare che qualcuno resti senza sedia quando finisce la musica? Perché a guardarla bene sembra più una gigantesca operazione di sopravvivenza collettiva. Una sorta di Arca di Noè della politica locale dove l’unico requisito per salire a bordo è avere ancora una rubrica telefonica utile o almeno due pacchetti di preferenze ereditate da uno zio.

La cosa più incredibile, però, è la totale assenza di vergogna. Anni di amministrazione contestata, polemiche, occasioni perse, figuracce cosmiche, città ferma, cittadini esasperati… e loro che fanno? Si ripresentano. Pure convinti. Con la serenità di chi entra in una pizzeria dopo aver dimenticato di pagare per dieci anni e chiede pure il tavolo vista mare.

Nessuna autocritica. Nessun “forse abbiamo sbagliato”. Nessun momento di umana dignità politica. Anzi. Si candidano come se avessero appena salvato Singapore dalla crisi economica mondiale. E i cittadini dovrebbero pure applaudire. Ma roba da matti.

La parte più surreale è vedere certi volti ricomparire ciclicamente come i cinepanettoni o le zanzare ad agosto. Non importa quante volte abbiano fallito: tornano sempre. Cambiano lista, cambiano slogan, cambiano colore, qualcuno probabilmente cambia pure gruppo sanguigno pur di restare in corsa. A questo punto manca solo il merchandising ufficiale: “Colleziona tutti gli ex assessori! Trovali nelle nuove liste civiche sorpresa!”

Ma la domanda più inquietante resta un’altra: chi continua a votarli, esattamente, cosa vede? Perché qui siamo oltre la fedeltà politica. Siamo nel campo della mitologia. Una specie di culto ancestrale tramandato di generazione in generazione: “Figlio mio, ricorda: vota sempre gli stessi, così non rischi il trauma del cambiamento”. E infatti i risultati sono sempre identici. Come le repliche estive delle fiction Rai.

Nel frattempo, però, qualcosa sembra essersi incrinato davvero. Il primo turno che doveva essere una passeggiata trionfale rischia di diventare una gigantesca sudata collettiva. E il ballottaggio potrebbe trasformarsi nel più clamoroso “plot twist” politico degli ultimi anni. Perché quando una coalizione ha bisogno di undici, dodici, tredici liste per convincere la città, forse il problema non è la forza. Forse è il contrario. Forse è il panico.

In mezzo a questo gigantesco karaoke della vecchia politica, emergono almeno progetti più riconoscibili, come quelli di Manuel Minervini e Adamo Logrieco. Diversi, alternativi, discutibili quanto si vuole. Ma con un vantaggio enorme: non devono fingere che tutto sia andato benissimo mentre la città cercava disperatamente il libretto delle istruzioni per capire cosa stesse succedendo. Perché Molfetta oggi non ha bisogno dell’ennesimo maquillage politico fatto col pennello grosso e tre mani di vernice fresca. Non ha bisogno del ciambotto riscaldato al microonde e servito come “piatto dello chef”. Ha bisogno di aria nuova. Di facce credibili. Di politica vera. O almeno di qualcosa che non sembri organizzato durante una cena tra reduci della Prima Repubblica e amministratori di condominio.

Il resto è teatro. Ma di quello fatto male. Con attori stanchi, scenografie che crollano e pubblico che ormai, più che applaudire, controlla l’orologio aspettando la fine dello spettacolo.

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