Liste su liste, zero vergogna: il grande bluff della “nuova” ammucchiata


Altro che novità: tra trasformismi, alleanze senza identità e ritorni imbarazzanti, si ripropone il solito schema che ha già deluso la città
Una “nuova” alleanza che sa già di vecchio: cambiano le etichette, ma il copione resta lo stesso.

Doveva essere una macchina perfetta. Una grande alleanza, una miriade di liste, una potenza elettorale tale da chiudere i giochi al primo turno. Tutto calcolato, tutto previsto. E invece qualcosa si è inceppato. Le dodici liste annunciate rischiano di restare più sulla carta che nella realtà, e lo spettro del ballottaggio — quello che si voleva evitare a tutti i costi — torna prepotentemente in gioco. E lì, per qualcuno, la partita si complica davvero. Dietro la narrazione patinata e le parole studiate, c’è un dato evidente: qualcosa non torna.

C’è chi prova a vendere tutto questo come una novità. Cambiano il nome, rifanno il trucco, sistemano la confezione. Ma la sostanza resta sempre la stessa. Il solito “ciambotto”, oggi riproposto in versione deluxe, un “ciambottone” aggiornato all’ultima release. Peccato che a Molfetta certi piatti si riconoscano subito, senza nemmeno doverli assaggiare. Più che una coalizione, sembra un’ammucchiata.

Undici, dodici liste — il numero cambia a seconda delle convenienze — messe insieme attorno a una candidatura che sa tanto di operazione di sopravvivenza politica. Altro che civismo. Qui il civismo diventa una parola comoda, una sigla utile per riciclare pezzi di classe dirigente già vista, già provata, già — soprattutto — bocciata dai fatti. Non è un progetto. È una somma di interessi. Un contenitore largo, larghissimo, dove tutto può entrare purché serva a fare numero. Ma dov’è la visione? Qual è l’idea di città? Qual è la direzione? Domande semplici, risposte assenti.

E allora la domanda diventa inevitabile: questa coalizione nasce per Molfetta o per tenere insieme equilibri, poltrone e posizionamenti? Se l’unico obiettivo è mettere insieme più liste possibili, siamo davanti alla più classica operazione di vecchia politica. Quella che cambia forma per non cambiare mai davvero. E qui il punto diventa ancora più netto. Altro che coraggio: questa è pura tracotanza.

Dopo anni di amministrazione che hanno lasciato ben poco — e spesso il peggio del peggio — ripresentarsi come se nulla fosse è un insulto all’intelligenza dei cittadini. Non una parola sugli errori, nessuna assunzione di responsabilità, nessuna autocritica. Solo la pretesa, quasi arrogante, di tornare al potere e continuare esattamente come prima. È questo il rispetto per la comunità?

Chi ha governato negli ultimi anni era già al timone. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: situazioni imbarazzanti, occasioni perse, una città che fatica a riconoscersi in chi avrebbe dovuto guidarla. E oggi, gli stessi protagonisti si ripresentano chiedendo fiducia. Come se niente fosse. Indecente è dire poco.

Ma c’è anche un’altra domanda, forse ancora più scomoda: perché una parte degli elettori continua a scegliere sempre gli stessi? Cosa vede? Cosa spera? Davvero va bene così? Perché la verità è semplice: se voti sempre gli stessi, ottieni sempre gli stessi risultati. E allora il problema non è solo chi si ripresenta, ma anche chi continua a crederci senza pretendere nulla in cambio.

In questo scenario, il rischio per quella che qualcuno chiama ancora “coalizione” è evidente. Se il primo turno non dovesse bastare — e oggi non è affatto scontato — il ballottaggio potrebbe trasformarsi in un ribaltone vero. Di quelli che cambiano tutto. Per la città sarebbe un’occasione enorme: chiudere un ciclo, mandare a casa una classe dirigente che molti non riescono più nemmeno a digerire e voltare pagina davvero. Perché mentre qualcuno continua a giocare con etichette e alleanze variabili, c’è anche chi prova a costruire qualcosa di diverso. Due progetti, almeno, appaiono netti e riconoscibili: da un lato Manuel Minervini, dall’altro Adamo Logrieco. Due visioni alternative, certo. Ma con un elemento in comune: non dover difendere ciò che non ha funzionato. Ed è già un bel punto di partenza. Perché oggi Molfetta non ha bisogno di operazioni di maquillage politico. Non ha bisogno di “ciambotti” riscaldati e riproposti. Ha bisogno di una rottura vera con il passato. Il resto è solo teatro. E la città, forse, ha smesso di applaudire.

4,7 / 5
Grazie per aver votato!
Pubblicità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.