La terzietà di chi giudica non è soltanto una condizione da possedere, ma una garanzia da rendere riconoscibile. Perché la fiducia dei cittadini nelle istituzioni si costruisce anche attraverso la percezione della loro indipendenza.

C’è un principio antico, attribuito a Giulio Cesare, che attraversa i secoli e conserva una straordinaria attualità: «La moglie di Cesare non deve solo essere onesta. Deve anche apparire onesta». Non è una questione di forma, né un invito a sacrificare la sostanza sull’altare delle apparenze. È, piuttosto, una riflessione sul rapporto tra autorevolezza, responsabilità e fiducia. Perché chi ricopre una funzione pubblica non risponde soltanto della correttezza delle proprie azioni, ma anche della credibilità che quelle azioni sono in grado di trasmettere.
Questo principio assume un significato particolarmente delicato quando si parla di giustizia. L’indipendenza e l’imparzialità della magistratura rappresentano pilastri irrinunciabili dello Stato di diritto. Il giudice deve essere libero da condizionamenti, pregiudizi e appartenenze. Deve poter decidere esclusivamente sulla base degli elementi sottoposti alla sua valutazione, delle norme e del proprio convincimento, senza interferenze esterne.
Ma esiste anche un’altra dimensione, altrettanto importante: quella della percezione pubblica della terzietà. La giustizia, infatti, non vive soltanto nelle aule dei tribunali e nelle motivazioni delle sentenze. Vive anche nella fiducia che i cittadini ripongono in chi è chiamato a esercitarla. E questa fiducia presuppone che chi giudica non soltanto sia imparziale, ma non offra neppure ragioni oggettive per essere percepito come portatore di una posizione precostituita.
È una distinzione fondamentale. Avere un’opinione, una sensibilità culturale, una convinzione politica o una posizione su una questione di interesse pubblico appartiene alla libertà di ogni individuo, compreso chi esercita la funzione giudiziaria. Nessuno può pretendere che un magistrato sia privo di idee o estraneo al mondo in cui vive. Altra cosa, però, è trovarsi nella condizione di dover giudicare quando precedenti prese di posizione pubbliche, soprattutto se particolarmente nette e riconducibili a una specifica controversia, possano generare un ragionevole dubbio sulla sua effettiva distanza dalle questioni sottoposte al suo esame.
In questi casi la prudenza istituzionale non è una debolezza, né una concessione alla pressione dell’opinione pubblica. È una forma di responsabilità. L’astensione, quando ne ricorrono i presupposti, non dovrebbe essere interpretata come un’ammissione di parzialità, tanto meno come una rinuncia alla propria indipendenza. Può rappresentare, al contrario, una manifestazione di rispetto verso la funzione esercitata, verso le parti coinvolte e verso la stessa istituzione giudiziaria. Perché il problema non è soltanto essere al di sopra di ogni sospetto, ma evitare che circostanze oggettive possano alimentare sospetti ragionevoli. Non si tratta di inseguire ogni critica, né di consegnare la giustizia al giudizio mutevole dei social network. Si tratta di riconoscere che la terzietà non è un attributo puramente dichiarato: è una condizione che deve trovare riscontro anche nella percezione di chi osserva.
Ecco perché la questione supera ampiamente il singolo procedimento, la singola decisione e le persone che, di volta in volta, ne sono protagoniste. Uno Stato di diritto ha bisogno di magistrati indipendenti, ma ha anche bisogno che nessuno possa ragionevolmente dubitare della loro indipendenza. Ha bisogno di decisioni motivate, ma anche di istituzioni capaci di custodire la propria autorevolezza attraverso comportamenti improntati alla massima cautela.
La fiducia nella giustizia è un patrimonio fragile. Si costruisce nel tempo, attraverso la correttezza delle procedure, l’equilibrio delle decisioni e la distanza da ogni forma di condizionamento, reale o anche soltanto ragionevolmente percepibile. Non basta, dunque, che la giustizia sia amministrata correttamente. È necessario che possa essere riconosciuta come tale da tutti, anche da chi non ne condivide le decisioni. Perché, in fondo, il principio resta quello di sempre: la moglie di Cesare non deve soltanto essere onesta. Deve anche apparire onesta.









