Si può contestare il Governo e protestare contro il carovita, ma nessuna ragione giustifica saccheggi, devastazioni e aggressioni alle forze dell’ordine. Il pacifismo non può essere a convenienza e la sicurezza dei cittadini non può diventare una questione di destra.

C’è un problema che, in Italia, una parte della sinistra sembra non aver mai davvero risolto: il rapporto con le forze dell’ordine, con l’autorità dello Stato e con il principio, elementare in una democrazia, che la protesta non può trasformarsi in una licenza di violare la legge.
Dai vecchi «compagni che sbagliano» siamo arrivati, in alcuni ambienti politici e culturali, a una forma di giustificazionismo che rischia di essere persino più insidiosa della vecchia indulgenza. Perché non si limita a spiegare il contesto in cui maturano determinati comportamenti, ma finisce per attenuarne la gravità, quasi che le ragioni della protesta possano diventare un’attenuante morale per chi saccheggia, devasta o aggredisce.
Sia chiaro: comprendere le ragioni di una protesta è legittimo e, spesso, necessario. Il carovita, le difficoltà economiche, le disuguaglianze, le scelte del Governo e le decisioni della politica possono e devono essere contestati. Una società democratica vive anche di conflitto, di dissenso, di manifestazioni e di mobilitazione collettiva. Nessuno dovrebbe mettere in discussione questo diritto. Ma proprio perché il diritto di protestare è fondamentale, occorre difenderlo dalla confusione tra dissenso e violenza.
Una cosa è scendere in piazza per chiedere cambiamenti, denunciare un’ingiustizia o contestare una politica economica; tutt’altra cosa è approfittare della manifestazione per spaccare vetrine, saccheggiare esercizi commerciali, devastare beni pubblici e privati o trasformare le strade in un terreno di scontro. Chi paga il prezzo di queste azioni? Non astratte istituzioni, non una fantomatica entità chiamata sistema, ma persone in carne e ossa: commercianti che vedono distrutto il proprio lavoro, lavoratori che rischiano di perdere il salario, cittadini che si ritrovano con i propri quartieri devastati. Persone che magari condividono persino alcune delle ragioni della protesta, ma che non per questo devono subire le conseguenze della violenza altrui.
E allora, di fronte a queste scene, non basta rifugiarsi nella spiegazione delle cause sociali, economiche o politiche del disagio. Quelle cause meritano attenzione e risposte concrete, ma non cancellano la responsabilità individuale. Se un negozio viene saccheggiato, non è il carovita a entrare dalla vetrina infranta e a portare via la merce. Se un’auto viene distrutta, non è una rivendicazione politica a impugnare una spranga. Se un agente viene aggredito, non è il dissenso democratico a colpire.
E qui emerge una contraddizione che non può essere ignorata. Da una parte, c’è chi richiama continuamente il pacifismo, espone bandiere colorate, invoca il dialogo e condanna ogni forma di sopraffazione. Dall’altra, quando la violenza viene esercitata durante una manifestazione che si richiama a cause considerate giuste, quel rigore morale sembra improvvisamente affievolirsi. Le condanne diventano più caute, le responsabilità si disperdono, le spiegazioni si moltiplicano. E talvolta si finisce per parlare più delle ragioni di chi ha devastato che dei danni subiti da chi quella devastazione l’ha dovuta affrontare.
Ma la non violenza non può essere un principio a intermittenza. Non può valere quando a manifestare sono gli altri e diventare negoziabile quando a oltrepassare il limite sono persone che si ritengono dalla parte giusta della storia. Se la violenza è sbagliata, lo è sempre: non in base alla bandiera di chi la pratica, allo slogan che accompagna il gesto o alla causa che pretende di giustificarlo.
Questo vale anche per il rapporto con le forze dell’ordine. Carabinieri e Polizia di Stato possono essere criticati, come ogni istituzione dello Stato. Il loro operato deve essere sottoposto a controlli, le eventuali violazioni devono essere accertate e chi commette abusi deve risponderne secondo la legge. Non esistono uniformi che rendano qualcuno immune da responsabilità.
Ma da questo principio non può discendere una diffidenza pregiudiziale verso chi indossa una divisa, né tantomeno l’idea che un agente sia, per definizione, il nemico da combattere. Le forze dell’ordine non sono un bersaglio politico: sono chiamate a garantire la sicurezza e a far rispettare la legge, anche in situazioni difficili e pericolose. Il loro operato può essere discusso e giudicato, ma un’aggressione non diventa meno grave perché la vittima è un carabiniere o un poliziotto.
Allo stesso modo, l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini non possono essere relegati a temi di esclusiva pertinenza della destra. La sicurezza non è una bandiera ideologica, così come non lo sono la libertà di manifestare, il diritto al dissenso e la tutela dei più deboli. Sono beni comuni, che dovrebbero stare a cuore a chiunque creda davvero nella convivenza democratica.
Non si tratta di invocare uno Stato autoritario, né di chiedere che ogni protesta venga repressa. Si tratta, al contrario, di riconoscere che la libertà di manifestare può esistere soltanto se viene rispettata anche la libertà degli altri: quella di lavorare, di aprire un negozio, di circolare senza paura, di non vedere distrutti i propri beni e di vivere la propria città senza essere ostaggio di chi decide di imporre le proprie ragioni con la forza.
Si può essere contrari al Governo, criticare le sue politiche economiche, protestare contro il carovita e chiedere interventi per chi è in difficoltà. Si può contestare tutto, discutere tutto, mettere in discussione tutto. È il cuore stesso della democrazia. Ma non si può pretendere che la bontà di una rivendicazione trasformi un atto di vandalismo in un gesto politico, un saccheggio in una forma di protesta o un’aggressione in una comprensibile reazione.
Le buone ragioni di una protesta si misurano anche dai mezzi con cui vengono sostenute. La non violenza non è un ornamento da esibire nei cortei, né uno slogan da stampare sulle bandiere: è una scelta di coerenza, soprattutto quando rispettarla costa fatica e quando condannare chi la tradisce significa prendere le distanze da una parte del proprio mondo politico.
Perché una cosa dovrebbe essere chiara a tutti, senza distinzioni di appartenenza: le ragioni si discutono, le responsabilità si accertano, i reati si perseguono. E nessuna causa, per quanto nobile venga proclamata, può trasformare la violenza in una virtù.









