Guglielmo Minervini, il sindaco che vedeva lontano


A distanza di dieci anni dalla sua scomparsa, il ricordo dell’ex sindaco di Molfetta e assessore della Regione Puglia continua a interrogare la politica. La storia di un uomo che ha fatto della competenza, della partecipazione e della fiducia nelle persone il suo modo di governare.
Ci sono persone che non appartengono soltanto al tempo in cui hanno vissuto, ma alla memoria collettiva di una comunità. Guglielmo Minervini è una di queste.

Ci sono uomini politici che vengono ricordati per le opere realizzate. Altri per gli incarichi ricoperti. Altri ancora perché il tempo, anziché scolorirne il ricordo, ne rafforza la statura. Guglielmo Minervini appartiene a quest’ultima categoria. A un decennio dalla sua scomparsa, avvenuta il 2 agosto 2016 dopo una lunga e coraggiosa battaglia contro la malattia, il suo nome continua ad affiorare ogni volta che il dibattito pubblico torna a interrogarsi sul significato più autentico e nobile della politica.

Per molti è stato il sindaco che ha accompagnato Molfetta verso una stagione di profondo rinnovamento amministrativo. Per altri è stato l’assessore regionale che, accanto al presidente Nichi Vendola, ha rivoluzionato il modo di concepire le politiche giovanili, la cittadinanza attiva, la partecipazione democratica, dando vita a esperienze diventate un modello nazionale, come Bollenti Spiriti e Principi Attivi. Ma chi lo ha conosciuto da vicino ricorda soprattutto altro. Ricorda un uomo che non misurava le persone in base alla loro appartenenza, bensì al loro valore. Un amministratore che aveva un talento raro: riconoscere il talento negli altri. È forse questo il tratto che più frequentemente ritorna nelle testimonianze di chi ha condiviso con lui un pezzo di strada.

Una lettera ricevuta attraverso i nostri canali social ci ha colpiti in maniera particolare per la sua sincerità, ma non solo. Scrive un nostro lettore: «Ho avuto il privilegio di conoscere Guglielmo Minervini da vicino. Al di là del ruolo istituzionale, ciò che mi colpì immediatamente fu il suo straordinario spessore umano. Era una persona di altissimo profilo, capace di riconoscere il talento negli altri senza timore di valorizzarlo. Con lui nessuna persona meritevole veniva lasciata ai margini». È un passaggio che racconta molto del suo modo di amministrare.

Minervini non era un leader accentratore. Non aveva luogotenenti investiti del compito di distribuire promozioni o pronunciare condanne politiche senza appello, come purtroppo sarebbe accaduto in stagioni successive della vita amministrativa cittadina. Credeva profondamente nel gioco di squadra. Non cercava uomini fedeli, né figure scelte esclusivamente per il loro peso elettorale. Cercava persone competenti, professionisti, amministratori capaci, convinto che il valore di una comunità dipendesse innanzitutto dalla qualità delle donne e degli uomini chiamati a servirla. Chi aveva idee, preparazione e voglia di lavorare trovava spazio. Chi dimostrava capacità veniva responsabilizzato. Una filosofia che oggi potrebbe sembrare persino rivoluzionaria.

Il nostro lettore continua: «Non interpretava il potere come esercizio del comando. Considerava gli incarichi pubblici un servizio alla collettività e costruiva squadre scegliendo persone preparate, motivate e capaci di dare il meglio. Durante il suo secondo mandato ebbi modo di vivere un’esperienza professionale intensa e ricca di soddisfazioni. Mi sentii valorizzato, responsabilizzato, parte di un progetto più grande».

Parole che restituiscono un clima amministrativo difficilmente descrivibile con le sole cronache dell’epoca. Erano anni in cui molti ricordano un entusiasmo diffuso. Non mancavano i problemi, naturalmente. Ma esisteva la percezione di una direzione chiara, di un progetto complessivo. La politica, prima ancora che gestione del presente, sembrava voler costruire il futuro. Non è un caso che, terminata l’esperienza da sindaco, Minervini sia stato chiamato in Regione Puglia. Qui assunse deleghe delicate come Trasparenza, Cittadinanza attiva, Politiche giovanili, Legalità e Welfare. Fu uno dei principali artefici di una stagione nella quale migliaia di giovani pugliesi poterono trasformare idee in progetti concreti.

Per Minervini la partecipazione non era uno slogan. Era un metodo di governo. Ascoltare prima di decidere. Coinvolgere prima di imporre. Costruire reti invece che gerarchie. Una concezione della politica profondamente diversa da quella che, negli anni successivi, avrebbe caratterizzato molte amministrazioni (quasi tutte).

Ed è proprio qui che il ricordo personale del nostro lettore assume toni più amari: «Ripenso spesso a quella stagione amministrativa con sincera nostalgia. Erano anni in cui si respirava entusiasmo, si lavorava con convinzione e si aveva la sensazione che ogni scelta fosse orientata all’interesse generale. Poi arrivò un’altra stagione politica. Qualcuno l’ha definita un normale avvicendamento amministrativo. Io, con il senno di poi, non riesco a non ricordarla come l’inizio di una profonda discontinuità, nella quale molte competenze vennero progressivamente disperse e non pochi talenti finirono, metaforicamente, per essere giustiziati senza appello».

Sono parole forti. Ma descrivono un sentimento che molti, ancora oggi, confidano sottovoce. Il rimpianto non riguarda soltanto una persona. Riguarda un modo diverso di intendere il governo della cosa pubblica. Emblematico, sotto questo profilo, è anche il ricordo legato a una delle realtà simbolo della città: l’ASM. Un’azienda che durante quegli anni rappresentava un modello di efficienza amministrativa e che oggi, dopo vicende ben note, appare profondamente cambiata.

Scrive ancora il lettore: «Quando ripenso a ciò che era diventata l’ASM durante quella stagione amministrativa, grazie alle personalità di altissimo profilo che erano state scelte per guidarla, e confronto tutto questo con ciò che è accaduto negli anni successivi, il rimpianto diventa inevitabile». 

Ma il passaggio più sorprendente riguarda un episodio rimasto impresso nella memoria di chi era presente. Poco prima di essere costretto a lasciare il Consiglio comunale, Minervini, nella cosiddetta “Sala Gialla”, durante una “riunione congiunta”, nell’estremo tentativo di una mediazione organizzata da qualche “sherpa” che avrebbe preferito evitare una rottura tra due gruppi politici all’interno della sinistra, pronunciò parole che allora sembrarono forse eccessive. Oggi assumono un significato diverso: «Ricordo ancora una frase che rivolse ad alcuni di noi. Disse: “Voi non sapete di cosa è capace quello. Non seguitelo. Voi non lo conoscete”. Allora non comprendemmo fino in fondo il senso di quell’avvertimento. Oggi sento il dovere morale di riconoscere che aveva visto giusto. Ci aveva avvertiti. Non abbiamo saputo ascoltarlo, purtroppo». 

È forse questa l’eredità più difficile da misurare. La capacità di vedere prima degli altri. Di intuire i rischi. Di comprendere le persone. Di leggere il futuro quando gli altri erano ancora concentrati sul presente.

Non era infallibile. Come ogni amministratore ha compiuto scelte discutibili, ha affrontato critiche e conosciuto sconfitte. Ma la cifra della sua esperienza politica resta quella di un uomo che considerava le istituzioni un luogo nel quale far crescere le persone, non un semplice spazio da occupare. Ed è probabilmente questo il motivo per cui, a tanti anni dalla sua scomparsa, Guglielmo Minervini continua a essere ricordato non soltanto come un ex sindaco o un ex assessore regionale. Continua a essere evocato come un termine di paragone. Perché il tempo, che spesso ridimensiona gli uomini pubblici, talvolta compie anche l’operazione opposta. Li restituisce alla storia nella loro reale dimensione.

E forse aveva ragione uno dei suoi amministratori quando, chiudendo la sua testimonianza, ha scritto una frase che vale più di molte analisi politiche: «Ho nei confronti di Guglielmo Minervini un debito di riconoscenza che il tempo non ha mai cancellato. A volte mi sorprendo persino a pensare che, in qualche modo, continui ancora ad ascoltare chi ha creduto nel suo modo di intendere la politica e l’amministrazione della cosa pubblica». Perché alcuni amministratori lasciano opere. Altri lasciano ricordi. I migliori lasciano un metodo. E il metodo di Guglielmo Minervini, ancora oggi, continua a rappresentare una delle pagine più alte della storia amministrativa di Molfetta.

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