Dalla mobilitazione “contro” alla difficoltà di governare “per”: perché le coalizioni, soprattutto nel centrosinistra, faticano a trasformare l’unità elettorale in stabilità di governo.

C’è una dinamica ricorrente nella politica italiana che attraversa decenni, leader e stagioni diverse: è molto più facile unire contro qualcuno che costruire qualcosa insieme. La mobilitazione negativa – contro un avversario, un leader, una parte politica – è immediata, emotiva, efficace. Ma quando si passa dalla protesta alla proposta, dalla piazza al governo, emergono tutte le difficoltà strutturali di un sistema complesso e frammentato.
Questo schema è stato spesso attribuito alla sinistra italiana, accusata di trovare coesione quasi esclusivamente nell’opposizione al leader di turno: ieri Silvio Berlusconi, oggi Giorgia Meloni. Ma ridurre la questione a una semplice inclinazione “all’odio” rischia di essere fuorviante. Il problema è più profondo e riguarda il modo in cui si costruisce – o non si costruisce – una cultura di governo.
Mobilitare contro un avversario è politicamente “economico”: richiede meno coerenza, meno compromessi e meno responsabilità. È sufficiente individuare un bersaglio comune per tenere insieme sensibilità diverse. Questo è accaduto più volte nella storia recente del centrosinistra italiano, dove forze politiche anche molto distanti tra loro hanno trovato un punto di contatto nell’opposizione al centrodestra. Ma governare è un’altra cosa. Governare significa scegliere, escludere, mediare. Significa trasformare una coalizione elettorale in una linea politica coerente. Ed è proprio qui che emergono le fragilità.
Il centrosinistra italiano ha spesso costruito le proprie vittorie su alleanze larghe e composite. Dai governi Prodi fino alle esperienze più recenti, l’unità si è basata su equilibri delicati tra culture politiche diverse: riformisti, cattolici democratici, sinistra radicale, liberali progressisti. Questa eterogeneità, se da un lato consente di vincere, dall’altro rende difficile governare. Le divergenze, una volta al potere, non possono più essere rimandate o coperte dall’urgenza elettorale. E così, ciò che teneva insieme – l’opposizione a un avversario – perde forza, mentre emergono le divisioni interne.
Non è un caso che diversi governi di centrosinistra siano caduti non per l’azione dell’opposizione, ma per tensioni interne. Più che “implosioni ideologiche”, si tratta spesso di crisi di equilibrio tra componenti incompatibili nel lungo periodo.
Il caso del Partito Democratico è emblematico. Nato con l’ambizione di superare le frammentazioni storiche della sinistra italiana, ha finito per incorporarle al proprio interno. Questo lo rende un soggetto politico ampio, ma anche strutturalmente esposto a divisioni. Il PD è riuscito a partecipare a governi anche senza una chiara vittoria elettorale, grazie alla logica parlamentare e a coalizioni trasversali. Tuttavia, questa capacità di adattamento ha avuto un costo: la percezione di una linea politica non sempre definita e la difficoltà di costruire un’identità forte e condivisa.
La storia recente mostra una certa continuità: l’opposizione a Berlusconi ha rappresentato per anni un collante potente per il centrosinistra. Oggi, in parte, questo schema si ripropone nei confronti del governo guidato da Giorgia Meloni. Ma c’è una differenza sostanziale: mentre l’antiberlusconismo era anche uno scontro tra modelli culturali e istituzionali molto marcati, l’opposizione attuale rischia talvolta di apparire meno strutturata, più reattiva che propositiva. Se l’identità politica si costruisce prevalentemente in negativo, diventa difficile trasformarla in un progetto di governo stabile e duraturo.
Attribuire questa dinamica esclusivamente alla sinistra sarebbe però riduttivo. Anche il centrodestra, in diverse fasi, ha conosciuto divisioni profonde e crisi interne. La politica italiana nel suo complesso è caratterizzata da una forte tendenza alla frammentazione, accentuata da sistemi elettorali che incentivano coalizioni ampie ma poco coese. La differenza, semmai, sta nella capacità di leadership e nella gestione delle alleanze: fattori che possono attenuare o amplificare le tensioni interne.
La vera sfida, per qualsiasi forza politica, è passare dalla logica del “contro” a quella del “per”. Costruire consenso attorno a un progetto richiede tempo, coerenza e una visione condivisa. È un processo più lento e meno immediatamente gratificante, ma è l’unico che consente stabilità di governo. Finché la politica continuerà a privilegiare la mobilitazione emotiva rispetto alla costruzione programmatica, il rischio di instabilità resterà alto. E le coalizioni, soprattutto quelle più ampie e composite, continueranno a oscillare tra vittorie elettorali e difficoltà di governo. In questo senso, il problema non è l’“odio” in sé, ma la sua insufficienza: può servire a vincere, ma non basta per governare.



