La mitigazione del rischio idraulico riapre una questione che va oltre i vincoli: completare ciò che è già stato finanziato, recuperare l’esistente e lasciare alla città la possibilità di crescere. Ma con regole, controlli e responsabilità.

Ci sono discussioni che rischiano di diventare ideologiche ancora prima di entrare nel merito delle questioni. Quella sul futuro della zona industriale di Molfetta è una di queste. Da una parte c’è chi considera il completamento delle opere di mitigazione del rischio idraulico una condizione indispensabile per consentire alla zona ASI/PIP di esprimere finalmente tutte le proprie potenzialità produttive. Dall’altra chi teme che la messa in sicurezza possa diventare il lasciapassare per un’ulteriore espansione urbanistica, con nuovo consumo di suolo. In mezzo ci sono i fatti. Ed è proprio da quelli che sarebbe opportuno partire.
Dopo l’incontro dei consiglieri comunali Adamo Logrieco e Mariangela Azzollini con il Commissario di Governo per il contrasto del dissesto idrogeologico, abbiamo ritenuto utile tornare sull’argomento. Non per sostenere una parte politica contro un’altra, ma perché la questione riguarda un’opera pubblica di grande rilevanza per la sicurezza del territorio, sulla quale Molfetta ha investito risorse ingenti e dal cui completamento possono dipendere anche importanti opportunità per il futuro economico della città.
La mitigazione del rischio idraulico della zona ASI/PIP, infatti, non riguarda soltanto la sicurezza delle attività e delle infrastrutture già presenti. La rimozione dei vincoli legati alla pericolosità idraulica può creare condizioni più favorevoli per valorizzare un’area produttiva già infrastrutturata, attrarre nuovi investimenti, favorire l’ampliamento delle attività esistenti e rafforzare la capacità della città di intercettare le opportunità legate alla ZES Unica.
È proprio su questo punto che riteniamo necessario mantenere il confronto ancorato ai dati e non alle contrapposizioni ideologiche: completare un’opera di messa in sicurezza non significa automaticamente autorizzare nuovo consumo di suolo, così come difendere la possibilità di sviluppo dell’area industriale non significa essere favorevoli a una crescita senza regole. La vera questione, semmai, è stabilire come utilizzare al meglio un territorio che, una volta messo in sicurezza, potrà finalmente esprimere tutte le proprie potenzialità, attraverso una pianificazione capace di conciliare sicurezza, ambiente, investimenti, occupazione e razionalizzazione delle aree già urbanizzate.
L’intervento di mitigazione idraulica, infatti, non è nato oggi e non nasce con l’attuale dibattito politico. È un’opera programmata da anni, con un investimento di dimensioni considerevoli, destinata a intervenire su un problema che per lungo tempo ha costituito un limite concreto alla piena utilizzazione produttiva dell’area. Il Documento unico di programmazione del Comune aveva già collegato esplicitamente il completamento degli interventi alla possibilità di superare le preclusioni oggi esistenti per numerosi insediamenti produttivi e di favorire la crescita occupazionale. E allora la prima domanda è semplice: se abbiamo speso milioni per mettere in sicurezza un territorio produttivo, perché mai quella sicurezza dovrebbe essere considerata soltanto un punto d’arrivo e non anche una condizione per far funzionare meglio ciò che è stato costruito?
La sicurezza non è sinonimo di cementificazione
È qui che il confronto con le recenti osservazioni di Legambiente diventa interessante. Il circolo ambientalista sostiene che l’opera debba essere completata e correttamente gestita, ma ritiene che essa non debba diventare il presupposto per un ulteriore ampliamento della zona PIP e propone di orientare il futuro PUG verso il contenimento dell’espansione industriale. Su una parte del ragionamento non possiamo che essere d’accordo. Recuperare aree già urbanizzate, riutilizzare capannoni dismessi, valorizzare lotti interclusi, migliorare la viabilità e garantire la manutenzione delle opere idrauliche è esattamente ciò che dovrebbe fare una buona pianificazione. Ma da qui a sostenere che la messa in sicurezza debba tradursi necessariamente in un freno allo sviluppo produttivo il passo non è affatto obbligato. Contenere il consumo di suolo non significa necessariamente contenere lo sviluppo economico.
Si può chiedere che ogni nuovo intervento sia motivato, sostenibile e compatibile con il territorio e, contemporaneamente, difendere il diritto di una città a creare lavoro, attrarre imprese e utilizzare pienamente le infrastrutture che ha realizzato. Anzi, è proprio questo il punto sul quale sarebbe necessario un salto di qualità nel dibattito pubblico: non scegliere fra ambiente e sviluppo, ma pretendere uno sviluppo governato dall’ambiente e dalle regole. Del resto, la stessa storia della zona industriale molfettese dimostra quanto le infrastrutture siano decisive. Il Consorzio ASI indica oggi per l’agglomerato di Molfetta circa 16 chilometri di viabilità collegati alla SS 16, oltre alle reti idriche, fognarie e di raccolta delle acque meteoriche. Sono infrastrutture reali, non ipotesi. E una città che le possiede deve certamente interrogarsi su come utilizzarle nel modo più razionale possibile.
Anche l’affermazione secondo cui esisterebbe oggi una “limitata domanda” di nuovi insediamenti produttivi meriterebbe, però, qualche dato in più. Perché negli strumenti di programmazione comunale degli anni recenti si parlava invece di una “nutrita domanda di insediamenti produttivi” e si collegava proprio alla rimozione dei vincoli idrogeologici la possibilità di favorire nuovi insediamenti e occupazione. Naturalmente la domanda può essere cambiata. Ma allora servono numeri aggiornati: quante sono le aree disponibili? Quanti i lotti inutilizzati? Quanti i capannoni dismessi? Quante le richieste di insediamento? Quante le aziende che chiedono di ampliare le proprie attività? Senza questi dati, “la domanda è limitata” rimane una valutazione. Non ancora un fatto.
Il caso MEDSOL e la lezione della trasparenza
Anche l’intervento di Mimmo Favuzzi merita attenzione, soprattutto perché ha posto inizialmente una questione condivisibile: comprendere che cosa significasse concretamente la modifica della perimetrazione del rischio idraulico comunicata dall’Autorità di Bacino. Una volta recuperato il decreto, però, il quadro diventa più chiaro. La modifica è stata richiesta da un soggetto privato, MEDSOL Srl, attraverso uno studio idrologico-idraulico. L’istruttoria dell’Autorità di Bacino ha valutato la coerenza tecnica della documentazione, anche sulla base di dati topografici più aggiornati, arrivando a una modifica della perimetrazione che comporta una riduzione delle aree interessate dalla classificazione di pericolosità. È un passaggio che va certamente raccontato e sottoposto alla massima attenzione pubblica. Ma una cosa è chiedere trasparenza; altra cosa sarebbe lasciare intendere che il fatto che un privato abbia presentato un’istanza costituisca, di per sé, qualcosa di anomalo. Le procedure di aggiornamento della pianificazione di bacino prevedono infatti la possibilità di modifiche sulla base di studi e istanze tecniche.
La vera questione: quale sviluppo vogliamo?
Ed è qui che il dibattito dovrebbe finalmente uscire dalla contrapposizione fra “industrialisti” e “ambientalisti”. Molfetta non ha bisogno né di una nuova corsa alla cementificazione né di una sorta di moratoria permanente sullo sviluppo. Ha bisogno di scelte selettive. Prima di consumare altro territorio occorre recuperare quello che già esiste. Prima di immaginare nuove aree bisogna verificare l’effettivo utilizzo di quelle disponibili. Prima di autorizzare nuovi insediamenti occorre pretendere infrastrutture adeguate, sicurezza idraulica, sostenibilità ambientale e ricadute occupazionali verificabili. Ma, una volta rispettate queste condizioni, non dovrebbe esistere un principio ideologico per cui ogni nuovo investimento produttivo debba essere considerato automaticamente un problema.
La ZES Unica, del resto, è stata istituita proprio per rafforzare l’attrattività del Mezzogiorno e favorire gli investimenti, valorizzando sia le imprese già presenti sia quelle interessate a insediarsi. Le misure previste possono riguardare strutture produttive già esistenti, nuovi insediamenti e ampliamenti. Questo significa che la sfida non è necessariamente costruire ancora e ancora. Può significare anche far funzionare meglio ciò che già abbiamo, recuperando aree e strutture esistenti, rendendo più efficienti le infrastrutture e creando le condizioni perché le attività produttive possano crescere senza consumare inutilmente nuovo territorio.
Quindi, la riflessione ambientale dovrebbe diventare ancora più esigente e, soprattutto, coerente. Perché se la tutela del territorio è il criterio con cui giudichiamo ogni nuovo insediamento produttivo, quel criterio dovrebbe valere sempre: davanti a un nuovo capannone come davanti a un impianto già esistente; davanti a un investimento privato come davanti alla gestione di una società pubblica o partecipata; davanti a un pezzo di territorio ancora da urbanizzare come davanti a ciò che è già stato antropizzato. L’ambiente non può diventare una lente d’ingrandimento da utilizzare soltanto quando si discute di ciò che potrebbe essere costruito domani. Anche ciò che è già dentro il sistema produttivo della città deve essere sottoposto alla stessa severità, agli stessi controlli, alla stessa attenzione pubblica. E questo vale per le imprese private, ma anche per gli impianti, i servizi e le società che operano nel sistema pubblico e partecipato della città. La sostenibilità non può dipendere dalla natura del soggetto che gestisce un’attività: deve essere un criterio generale, applicabile a tutti. È una questione di coerenza. E forse è proprio questo il passaggio che nel dibattito molfettese manca più spesso: discutiamo molto di ciò che potrebbe essere costruito domani e molto meno di come vengono gestite, oggi, le strutture, gli impianti e le attività che già esistono.
La tutela ambientale, se vuole essere davvero credibile, non può conoscere zone d’ombra né settori privilegiati. Deve guardare con la stessa attenzione ciò che ancora dobbiamo costruire e ciò che da anni abbiamo già costruito e gestiamo.

Non più sviluppo a ogni costo. Ma neppure immobilismo
Il completamento delle opere di mitigazione idraulica, dunque, non dovrebbe essere interpretato né come un lasciapassare per consumare indiscriminatamente altro territorio né come un motivo per impedire alla zona industriale di crescere. Dovrebbe essere l’occasione per fare finalmente una cosa che a Molfetta è mancata troppo spesso: programmare.
Programmare significa sapere quali aree servono davvero, quali possono essere recuperate, quali attività possono generare occupazione, quali infrastrutture devono essere completate, quali controlli ambientali devono essere rafforzati e quali condizioni devono essere rispettate prima di consentire nuovi insediamenti. Significa anche non buttare via il lavoro e le risorse già investite. Se un’opera costata milioni di euro mette in sicurezza un’area produttiva, la città ha il dovere di completarla, collaudarla e mantenerla efficiente. E ha anche il diritto di chiedersi quale beneficio economico e occupazionale possa derivarne. Perché mettere in sicurezza un territorio e poi impedirgli, per principio, di esprimere le proprie potenzialità produttive sarebbe una contraddizione altrettanto forte quanto costruire senza preoccuparsi delle conseguenze ambientali. La strada più seria sta nel mezzo, ma non è una strada debole. È quella che pretende contemporaneamente sicurezza idraulica, tutela del territorio, recupero dell’esistente, controllo ambientale, infrastrutture efficienti e sviluppo economico.
Molfetta non deve scegliere fra il verde e il lavoro. Deve dimostrare di essere capace di governare entrambi. E forse il vero tema del prossimo futuro non sarà stabilire se la zona ASI debba crescere, ma come dovrà crescere, chi dovrà controllare questa crescita e quali benefici concreti essa dovrà restituire alla città. Su questo, più che sulle contrapposizioni e sulle reazioni immediate dei social, sarebbe interessante aprire finalmente una discussione fondata sui numeri, sui dati e sulle responsabilità. Perché la tutela ambientale, se vuole essere davvero credibile, non può conoscere zone d’ombra né settori privilegiati. Deve guardare con la stessa attenzione ciò che ancora dobbiamo costruire e ciò che da anni abbiamo già costruito e gestiamo. È questa, forse, la vera sfida: non decidere da quale parte stare, ma pretendere che le stesse regole valgano per tutti.








